
La Compagnia Diaghilev continua a replicare fino al 26 febbraio presso l’Auditorium Vallisa di Bari “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello con la regia di Paolo Panaro.
La commedia è ambientata nella Sicilia degli anni ‘20 e la scena si apre nell’elegante salotto dei coniugi Fiorica, rispettabilissimi esponenti della borghesia del luogo. La coppia “appare” agli occhi di tutti in perfetta armonia, fortunata per l’agiatezza economica e lo stile di vita ammirevole, ma l’idilliaco quadretto familiare è ben diverso: lo stimato Cavaliere tradisce Beatrice con la giovane moglie del suo scrivano Ciampa, ma questa non è semplicemente l’ennesima storia di un adulterio.

Anche in quest’opera, coerente con le altre pirandelliane, l’elemento “maschera” assume una valenza straordinaria ed è focale nella trama. Si vive infatti la vita, indossando una maschera e si incarna un ruolo, che spesso si detesta, completamente estraneo alla reale essenza e a ciò che è vero, perché fondamentale è il giudizio altrui. La signora Beatrice, conduce sì una vita agiata, ma è costretta in un matrimonio senza amore. Allora come ora, all’interno delle mura domestiche non ci si sopporta, ci si strappa i capelli, ma poi fuori si esce a braccetto, sorridendo a chi si incontra.

Nella intensa interpretazione di Beatrice, Valeria De Santis recita il “ruolo” di sposa premurosa, ma quando viene a sapere del tradimento del marito, getta la maschera, concretizza il suo fallimento e rivela tutta la sua frustrazione attraverso scatti di ira. Ferita nell’orgoglio, depauperata della sua condizione di moglie, va in escandescenza e urla vendetta, perché lei quel “ruolo” lo incarna e ne pretende il rispetto, non per quello che è, ma per quella parte di sé che mostra fuori. Determinata a fare giustizia, vuole cogliere sul fatto i fedifraghi per farli arrestare ed elabora con fredda lucidità, un piano atto a smascherare il misfatto; muove i fili dei “pupi” che ha intorno a sé e li costringe ad assecondarla nonostante i diversi tentativi di tutti a desistere.

All’impulsività vendicativa di Beatrice, si oppone l’attenta ragionevolezza del suo antagonista Ciampa, che Paolo Panaro interpreta con un’efficacia sorprendente, da erigerlo a eroe pirandelliano. Egli è l’uomo tradito, che pur sapendo dell’infedeltà di sua moglie, ciecamente la subisce, ma è anche il “pupo” manovrato e sottomesso al potere che, interessato ad evitare lo scandalo, sommessamente china la testa. Nel momento in cui “il fatto” diviene di dominio pubblico, Ciampa vede il suo onore macchiarsi e gradualmente sul suo viso l’espressione pacifica si tramuta in veemente rabbia.
Il ritmo dello spettacolo è crescente, il tormento di Ciampa, che vede i suoi sacrifici vanificati in un attimo, è plateale e provoca nel pubblico sgomento. In una Sicilia che legittima il delitto d’onore, a lui non resta che uccidere la moglie! L’opera offre un eloquente spaccato sulle problematiche della figura femminile di quel tempo. Le scappatelle del marito infatti, erano consentite, mentre quelle della moglie, spesso venivano regolate con il sangue, perché si sentiva quasi il dovere di vendicare il tradimento. L’atteggiamento caparbio e avventato di Beatrice ha ripercussioni catastrofiche e lei, senza nemmeno il sostegno della madre e del fratello che piuttosto la redarguiscono, è sola.

La verità è prerogativa dei pazzi e ora che la signora Fiorica l’ha svelata, deve necessariamente per la società essere pazza! Gli amanti nella pièce non compaiono, non sono nemmeno percepiti dell’aria come fantasmi, perché determinante è il riflesso che la loro azione ha sugli altri. Nelle opere di Pirandello, l’attenzione è posta sull’uomo che, con un’azione immaginaria, si ferma e si osserva fuori dal proprio corpo come se si vedesse vivere, per riflettere su se stesso e conoscersi. Una sorta di ricerca della verità in una società malata di menzogna, in cui l’ipocrisia è talmente radicata da ritenersi regola.
Il pubblico dalla platea entra nel segreto del personaggio e scopre che quanto rappresentato sulla scena, potrebbe riguardarlo e come in questo caso, si sente coinvolto quasi come parte attiva, anche perché ponendosi fuori da quello che accade, ne ha una visione a tutto tondo, quindi più rispondente alla realtà e allo stesso tempo, in una posizione neutrale, riflette. In questa pièce dal carattere farsesco noir, un dramma con risvolti umoristici, i personaggi/maschere attraverso la satira, sono la denuncia pirandelliana alle convenzioni e alle contraddizioni della borghesia del suo tempo e sono presentati in situazioni grottesche, imprigionati in vincoli sociali dai quali non riescono a liberarsi, pena la condanna alla solitudine, come nel caso di Beatrice.

La scarsa fiducia di Pirandello nelle istituzioni è evidente nel personaggio di Spanò, il delegato poco abituato al rispetto delle leggi che, per non inimicarsi il potente Cavaliere, falsifica il verbale di denuncia. Giuseppe Sangiorgi con una prova attoriale degna di nota, lo interpreta e rimanda con particolare coinvolgimento emotivo, nel costume di scena e nella somiglianza fisica, a Charlie Chaplin. Ferrato è Giuseppe Tagarelli in Fifì, lo spavaldo e squattrinato fratello di Beatrice, che su di lei conta per sistemare i suoi debiti di gioco. Il ruolo della debole madre di Beatrice e della Saracena, una megera che verte il suo potere nella capacità di tramare alle spalle, ma non a sue spese, è affidato alla convincente Monica Veneziani. Sempre impeccabile è l’immagine degli attori attraverso i costumi di Angela Gassi.
Nella puntuale prova attoriale dell’intero cast, la verità è fortemente cercata solo da Beatrice e completamente ignorata da tutti gli altri, perché nessuno è autonomo, ma tutti pupi e tutte maschere, incapaci di realizzare la propria libertà e impossibilitati a mostrare il proprio io. Quello che gli altri giudicano è pura finzione.
Cecilia Ranieri
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia