
Applausi, sorrisi e un piacevole senso di leggerezza al termine della tappa barese de La signora omicidi, commedia brillante in scena al Teatro Team nell’ambito della suo annuale cartellone. Dopo il grande successo della scorsa stagione, lo spettacolo continua a girare per i teatri d’Italia riscuotendo sempre grande affetto da parte del pubblico e numerosi sold out.
Sul palco due straordinari pilastri del teatro italiano, Paola Quattrini e Giuseppe Pambieri, qui impegnati in una pièce divertente, effervescente e intrigante nella trama e nel ritmo, con una punta di noir (giusto una punta) e un sapiente tocco di umorismo inglese. Insieme a loro, un gruppo di attori che offrono un grosso contributo all’economia dello spettacolo, tanto che definirli secondari sembra quasi offensivo. Mario Scaletta, artista poliedrico che con una comicità più rumorosa e immediata fa da efficace contraltare all’aplomb inglese di Pambieri, oltre a recitare sul palco ha curato l’adattamento teatrale del soggetto di William Rose (Oscar per la miglior sceneggiatura per “Indovina chi viene a cena”), che aveva ispirato l’omonimo film di Mackendrick (1955), ricavandone una commedia che, nel solco della migliore tradizione del genere, si fonda su equivoci, situazioni ambigue, piccole gag e intrighi esilaranti che costellano lo spettacolo dall’inizio alla fine, in un andamento che si fa via via più complicato e incalzante. Lo spettatore è catturato dalla storia e dai personaggi sin dalle prime battute, e trascinato attraverso ilarità, tenerezza, suspence, nel dipanarsi rapido e in alcuni tratti frenetico della trama.
Nella Londra degli anni ‘50, Louise Wilberforce, anziana e un po’ svampita signora alle prese con qualche problema economico, decide di affittare una stanza della sua abitazione per poter sostenere i lavori di cui la casa necessita (scale traballanti, crepe nei muri). All’annuncio risponde il professor Marcus, gentilissimo e un po’ misterioso, che si presenta come musicista bisognoso anche di poter ospitare presso l’abitazione i colleghi con cui ha dato vita ad un quartetto d’archi, e provare con loro per il prossimo concerto. Si tratta in realtà di una banda di malviventi, e la stanza della signora Wilberforce è logisticamente perfetta per il colpo che stanno preparando. Tra peripezie varie destinate a nascondere la loro vera identità, i quattro riusciranno a portare a termine la loro impresa, ma verranno (del tutto casualmente) smascherati dall’arzilla vecchietta che avevano in qualche modo coinvolto, pur tenendola all’oscuro dell’impresa criminale. La storia prenderà allora una nuova piega. Logica vorrebbe che la donna sia eliminata in quanto testimone scomodo, ma questo non avverrà: l’epilogo si rivelerà invece del tutto inaspettato e la tenera e candida Louise saprà trarre un beneficio inatteso e tangibile dalla situazione che suo malgrado si è trovata ad affrontare.
Le scene di Fabiana di Marco, i costumi di Graziella Pera, le scelte musicali di Andrea Tosi (con una travolgente Sing sing sing, celeberrimo swing di Louis Prima del 1936) disegnano efficacemente, con precise indicazioni di stile e colore, i tempi, i luoghi e il contesto in cui si svolge il racconto. La regia di Guglielmo Ferro è efficace e brillante.
Abbiamo già detto di Mario Scaletta, effervescente e divertente, che strappa applausi a scena aperta. Insieme a lui l’ottimo ed esilarante Roberto D’Alessandro, nel ruolo di un omone un po’ tardo e di indole tutto sommato non malvagia, Marco Todisco, giovane poliziotto che asseconda pazientemente le stramberie della svampita signora, e Pietro Casella (che in questa stagione teatrale ha preso il posto di Rosario Coppolino), convincente e divertente nella parte del killer spietato (almeno in teoria) dalle chiare origini italiane.
Solare, magnetica, svampita quanto basta, Paola Quattrini, affascinante e civettuola persino nei saluti finali, semina allegria e strappa risate con grande naturalezza. Sa anche emozionarci, quando il suo personaggio racconta la sua passione per la musica, salvo poi riportarci in un attimo all’atmosfera ironica e disincantata della commedia. Giuseppe Pambieri non si discute: il ruolo del professore sembra tagliato su misura per lui (ma crediamo che la sua bravura renda tutte le sue interpretazioni come “tagliate su misura”) e l’uso della voce con la quale riveste i diversi registri è semplicemente da ammirare e applaudire. Le loro valigie sono piene di un mestiere pazzesco, che sul palco è evidente e tangibile ad ogni istante, in ogni battuta, in ogni sguardo e gesto, con una misura e un’eleganza straordinarie. Ma contengono anche una indicibile freschezza, una vitalità genuina, una incredibile capacità di entrare in empatia col pubblico. Nessuna nostalgia dunque, anche per chi nel cuore porta il ricordo dei lavori che li hanno resi famosi. Paola Quattrini e Giuseppe Pambieri meritano tutti gli applausi che il pubblico regala loro al termine di ogni replica, qui e ora. Non in memoria di un glorioso passato, ma per l’incanto, per la magia, per la loro capacità di fare di questa rappresentazione un piccolo, appassionato e prezioso momento di Teatro.
Imma Covino