
Sovente in teatro capita di avvertire l’eco di altre storie, una sorta di déjà-vu che rimanda a qualcosa di già sentito o già vissuto anche se, come in questo caso, il testo originario risale al 1664. Le opere di Moliere, attraverso un gioco teatrale farsesco, mettono a nudo principalmente l’ipocrisia e i falsi moralismi della società nobiliare del suo tempo in cui usi e costumi sono derisi. Ciò che conta cogliere, però, è che l’aspetto comico è solo il mezzo, ma non il fine. La sua ricerca è connotata da una mirabile analisi psicologica e si dimostra un attentissimo osservatore dei meccanismi dell’uomo, anche in relazione alla società in cui vive.
L’individuo/personaggio viene denudato da ogni orpello e presentato non per come appare, ma attraverso le sue fragilità e debolezze che egli mette in scena, a volte ridicolizzate ed esasperate. La rilettura dei testi molieriani è quindi consentita perché l’uomo è colto nella sua universalità e riflette le anime di quel tempo e del nostro tempo.

Nell’adattamento di Teodosio Saluzzi, l’opera, anche se presentata in una forma diversa e decisamente “italianizzata”, non perde la sua forza drammaturgica originaria. L’impronta scenografica di Gianfranco Groccia, che con questo “Il Tartufo“, dopo “l’Avaro” e “Il malato immaginario”, chiude con la Compagnia “L’occhio del ciclone” la trilogia dedicata al creatore della commedia moderna, in un assetto spaziale ridotto, è riconoscibile attraverso l’uso ricorrente al simbolismo che qui si limita a due sedie e due pannelli divisori che raffigurano rose rosse con steli di spine, preludio di ardore e sofferenza.

Sul palco del Granteatrino Casa di Pulcinella di Bari, la prima scena accoglie parte dei componenti della famiglia di Orgone e sin da subito si apprezza l’attenzione posta nella selezione dei costumi simpaticamente costruiti su ognuno, a caratterizzarli grottescamente. Di rilievo la scelta registica di avvalersi di elementi transitori a supporto dei personaggi, come la corona di spine illuminata ad intermittenza, a marcare il supplizio di Orgone e la sedia a rotelle dell’anziana matriarca che deambula, ma ugualmente si fa trasportare.
La rivisitazione di alcuni ruoli risulta esilarante e congrua, come nel caso della signora Pernella che, spogliata di tutta la femminilità, impersona un Fidel Castro al comando. Lo spettacolo fluisce in modo armonico dimostrando una forte coesione fra gli attori della compagnia, ma decisamente l’arrivo del protagonista Tartufo fa schizzare l’entusiasmo nel pubblico.

Lino De Venuto, magico nell’interpretarlo, attraverso la sua capacità virtuosa di modulare i toni accompagnandoli ad una mimica facciale e gestuale eccezionale, è superbo sia angelo che demone. Tartufo, abilissimo ostentatore di virtù inesistenti, si serve del suo istrionismo per raggirare chiunque e, dietro la maschera della devozione religiosa, riesce ad ammaliare l’ingenuo Orgone. Il poveretto, a lui completamente sottomesso, lo introduce nella sua casa, gli intesta ogni suo bene e gli promette in moglie sua figlia.

L’arte affabulatoria e manipolatrice di Tartufo è sterminata tanto che nessuno, fra i componenti della famiglia, riesce a portare Orgone alla ragione. Il lestofante in questione si comporta come un lungo e viscido rettile che, strisciando, si insinua dappertutto e di tutto si ciba, anima compresa. In un crescendo emotivo, Orgone, immobile e in penombra, riesce a cogliere il serpente nel momento della muta in cui, persa la sua pelle esteriore, si mostra per quello che realmente è.
Pregna di particolare intensità, divertente e amara allo stesso tempo, la scena che vede Tartufo, con sguardo predatorio, svelare i suoi appetiti sessuali verso Elvira, la bella e procace moglie di Orgone, in un amalgama di azioni/reazioni in cui uno si avvinghia e l’altro respinge. Il conseguente sgomento è palpabile e, anche se la verità è venuta a galla, la voragine provocata è infinita. In questa storia senza tempo i malfattori sogghignando continuano ad essere tra di noi.

Plauso generale al resto della compagnia, nelle figure di Guido Valrosso, Ada Interesse, Maria Albacello, Francesco Cassano Cassano, Loredana Lorusso, Cinzia Ventola, Danilo D’Anna, Florinda Colella e Michele Scarafile, per la precisa interpretazione e l’accurato lavoro di squadra.
Cecilia Ranieri
Foto di Cecilia Ranieri
Complimenti vivissimi, un pezzo da antologia.