
Stasera ho acceso il festival poco prima delle 23, e il bello è che non mi sono persa niente se non una decina di volte in cui è suonato il jingle “Tutta l’Italia, tutta l’Italia, tutta l’Italia, ué”, fatto da Gabry Ponte, che mi evoca bollori adolescenziali.
Più che altro il primo banco di prova è stata la radio, negli sprazzi di guida da casa al lavoro e ritorno. All’andata, stamattina, “Cuoricini” di Coma Cose e “La cura per me” di Giorgia sbancavano. Al ritorno, mentre Cristicchi cantava “Quando sarai piccola” dal palco di Sanremo, due stazioni radio l’avevano appena passata, una in sovrapposizione parziale. Tutto giusto, la mamma con l’Alzheimer, ma il festival è della canzone, non del piantino, e la canzone potrà pure sbancare l’Eurovision, ma a me sembra “Ti regalerò una rosa”, declinata su una popolazione che invecchia. La magia va bene una volta, alla seconda appare abbastanza insulsa.
Il primo impatto visivo è stato Bianca Balti, che non ha amato mai tanto la vita. Tanto, la vita. Ha un cancro ovarico al quarto stato, decine di battaglie da attivista e due figlie. La dimostrazione plastica che il merito e il diritto alla fortuna sono due brutte bugie.
Se non balliamo Marcella Bella al Pride mi incazzo.
Achille Lauro con un cappotto gessato buono per i tendaggi al metro di Leroy Merlin, mentre la Zia Malgy non si discute, si ama, anche perché gareggia per gli 80 anni e sta un fiore.
Anche Giorgia non si discute, non è il momento giusto, in Italia, per discutere una che si chiama Giorgia.
Rkomi segue il trend dello sparagno sulla camicia, avrà dato i soldi alla maestra di corsivo, ma il testo è molto bello.
E la rivelazione della serata, dopo le stecche e il look sciatto di Rose Villain è: Willie Peyote. Il testo, l’interpretazione parlata, lo stile. Adoro. Adoro. A D O R O.
Anche stasera a nanna in orario proletario. Grazie Carlo Conti.
Beatrice Zippo