
Esistono due forze motivanti per l’uomo: la paura e l’amore (John Lennon)
La sua insegnante di recitazione ripeteva spesso questa frase, come rivela in una recente intervista, e proprio da qui parte il viaggio semiserio di Annalisa Aglioti che, in scena al Teatro Abeliano di Bari, ci conduce nelle pieghe delle nostre vite, democraticamente abitate (ce n’è per tutti, in maggiore o minore misura) dalle più svariate paure. Paura è il titolo di questo racconto che, attraverso una carrellata di personaggi e monologhi che hanno il gusto e il ritmo della stand up comedy, ci propone uno sguardo comico su un sentimento che di comico non ha nulla. Ed è altresì singolare, almeno in prima battuta, considerare la paura come una forza, anche se a ben guardare vi si scorge un potere paralizzante, o protettivo, o sfidante, cioè qualcosa che effettivamente è capace di incidere profondamente sulla nostra vita. La paura, declinata in modo assolutamente unico a seconda della nostra indole (“dimmi che paura hai e ti dirò chi sei!” ci provoca la Aglioti), è quasi connaturata in noi. Ci viene trasmessa attraverso l’educazione che riceviamo (e in qualche modo ci protegge dai pericoli); abita nelle pieghe più profonde, per emergere nei momenti di fragilità; fa nascere il bisogno di giustificarsi, ci rende spesso prigionieri di noi stessi. Talvolta basta un giudizio (anche silenzioso) apparentemente innocuo, camuffato da banali domande (cosa fai nella vita? quando ti sposi? quando fai un figlio?) perché in noi (soprattutto nelle donne) si insinui una leggera irrequietezza, che nel tempo può trasformarsi in senso di inadeguatezza, fragilità, paura (eccola!). Di essere giudicati, della solitudine, delle relazioni, della maternità o della non maternità. Spesso il giudizio, lo stigma più o meno silente, nasce quando si vive al di fuori degli schemi, laddove invece è usuale definire le persone in virtù di un ruolo facilmente individuabile all’interno della società. Ecco allora la zia Pinella, la gattara, l’eterna indecisa, la fidanzata/moglie modello; ed ecco l’arringa veemente della passeggera che urla al tassista che ha fatto un commento sulle donne che non sono madri. Una serie di stereotipi, di figure che sono in fondo il ribaltamento comico di situazioni di disagio.

Annalisa Aglioti ha una comicità graffiante, ma mai aggressiva. La sua analisi è accurata e perfino spietata, ma nello stesso tempo non giudicante. Lo spettacolo è divertente, ironico, e sceglie uno stile leggero (e direi assolutamente empatico) per affrontare un argomento delicato e drammatico. Si ride molto, ci si riconosce. Ma andando oltre la risata, si offre un ottimo spunto per riflettere. La sapiente regia di Michela Andreozzi riesce a legare insieme la carrellata di situazioni e personaggi, collegandoli in modo logico e armonioso. Così fa anche la musica, con brani eseguiti dal vivo dal maestro Alessandro Greggia che separano i differenti monologhi; reminiscenze accattivanti della nostra gioventù che ci fanno canticchiare a mezza voce. Coloratissimo il palcoscenico, grazie a Cristiano Cascelli e altrettanto vivaci i costumi di Rosella Baciucco, icone dei mille colori e degli “oggetti”, anche inutili, che sono nel profondo di noi.
Insomma Annalisa Aglioti ride insieme a noi di noi, in un racconto che alla fine è liberatorio, disarmante. E ci invita in modo non retorico a far pace con noi stessi, con le nostre paure, riconoscendole, accogliendole e in qualche modo perdonandoci. Perché, alla fine, dove sta scritto che tutto va affrontato, combattuto, superato? “Se non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo!” sembra dirci alla fine del racconto. Non come gesto di debolezza, di rinuncia al superamento del limite, ma come pacificazione interiore e accettazione di sé. Un atto di libertà, di liberazione anche dal mito dell’invincibilità, dall’imperativo che vuole vederci tutte, per forza, indomite guerriere.
Imma Covino