Io sono le mie parole: l’opera di Vera Gheno. Riflessioni a margine del libro “Grammamanti – Immaginare futuri con le parole” e dello spettacolo andato in scena al Teatro Carcano di Milano “Da Grammarnazi a Grammamanti – Fare cose migliori con le parole”

Ho conosciuto il pensiero di Vera Gheno, sociolinguista oggi tra le più seguite, per caso. Qualche tempo fa, girovagando su YouTube in cerca di cibo per la mia curiosità e seguendo il filo rosso fosforescente delle mie passioni, mi sono ritrovata ad ascoltare un dibattito di linguistica ed antropologia.

Io vivo di passioni. Non mi riferisco certo a quelle amorose che hanno la vita di un battito di ciglia, ma a quelle culturali che, per me, sono eterne e si autoalimentano come il fuoco in un giorno di vento. Come le onde del mare. Una nasce, cresce poi discende, si cheta, ma non muore mai veramente. E’ sempre lì, base di cui è composto l’intero mare, parte del Tutto, pronta a riformarsi e a ricominciare il suo eterno ciclo in me.

L’amore per la nostra lingua e per il linguaggio in genere era sopito in me, quasi inconscio, lì fermo a maturare per poi fiorire al momento più opportuno. Come tutti gli amori appena sbocciati è affascinante, prorompente, coinvolgente e a tratti destabilizzante, soprattutto quando ti pone davanti allo specchio della tua personale ignoranza.

Vera Gheno, sociolinguista come lei stessa si definisce, sembra da subito un personaggio scomodo, a tratti capisco che possa risultare urticante, soprattutto ai grammarnazi e a qualche uomo. Consapevole di chi è e di dove si colloca nel mondo, non sembra più disposta a fare sconti a nessuno, e sorride.
Già mi piace! Nella mia testa si incastona perfettamente nel mio Pantheon delle “Eroine – Faro consapevoli” insieme a Michela Murgia, Chiara Valerio, Serena Dandini, Carla Lonzi, Lee Miller, Gerda Taro e “le altre sorelle”. Ma tant’è, torniamo a noi.

Potevo non andare a vedere lo spettacolo al Teatro Carcano a Milano? No, ovviamente.
La serata si è rivelata una via di mezzo tra la presentazione di un libro, Grammamanti – Immaginare futuri con le parole (Einaudi ed.) appunto da cui è tratta l’ossatura della serata e uno spettacolo – monologo con tanto di “cambio costume” (un cerchietto per capelli!) al mutare dell’episodio narrato. Presenza scenica di Vera Gheno promossa anche grazie alla velata timidezza che ha saputo volgere a suo favore. Pubblico presente in rapito silenzio intervallato da risate e applausi ad ogni ”cambio di scena/racconto”. Quattro storie in tutto ed io mi ritrovo a contarle pensando che purtroppo arrivare alla fine sarà un attimo.

Intanto si forma un nuovo pensiero in me: a casa ho il suo libro che mi aspetta! E una sottile paura: Sarà avvolgente e ritmico come lo spettacolo o mi deluderà come spesso accade quando si guarda un film dopo aver letto il libro?! Una certezza c’è; Il libro ha appena scalato la pila infinita di tomi sul mio comodino ed è arrivato in vetta. Non si può rimandare oltre. Immagino che anche voi abbiate una piramide di “libri – leggerò, ma non potevo non comprare” sul comodino e che li scegliate in base al periodo della vita che state attraversando … io sempre, anche due pile ad essere sincera!

Il giorno dopo Grammamanti inizia il suo pellegrinaggio quotidiano con me sul treno dei pendolari. Unico lato positivo del pendolarismo. Per poco non perdevo la fermata tanto ero assorta nella lettura. Capita anche questo; non spesso, ma più di mai. Scorrevole, intelligente, interessante … molto bene, tiene il ritmo perfettamente e non vedo l’ora di riprendere la lettura.

Primo concetto da sottolineare: la realtà e la lingua si influenzano a vicenda. E’ una certezza che intuitivamente ho sempre avuto, ora è razionalizzata. Mi rendo conto attraverso lo scorrere delle pagine che la lingua è viva e in movimento, non una monade come alcuni vorrebbero e che desiderare difenderla non significa ingessarla come pretenderebbero i grammarnazi, una specie umana “nota da sempre”, ma ora anche nominata e quindi reale. Giusto! Perchè la lingua si evolve e racconta la realtà inventando la parola quando razionalizza il concetto. La parola crea il nostro mondo.

Capisco che esiste “un’enciclopedia dei saperi condivisi” che ci accompagna dalla notte dei tempi e ci permette di non ricominciare ogni volta da zero, come in un incubo. Mi è chiaro che siamo geneticamente programmati per parlare, morfologicamente grazie alla camera fonatoria e ontologicamente poiché animali sociali.

Affascinante la parte sulla nascita del linguaggio, ripresa anche nello spettacolo teatrale, ampliata con il concetto che la parola rende trasportabile la conoscenza altrimenti solo afferrabile empiricamente. Essendo anche animali narranti e narrati le parole cambiano il nostro rapporto con il tempo permettendoci di eludere il presente proiettandoci nel passato con il ricordo e nel futuro con un nuovo sentimento: la speranza.

Le pagine scorrono veloci e ad ogni pagina devo sottolineare un concetto, una frase che mi servirà per approfondire un nuovo argomento in futuro. Mi sembra, però, importante cogliere un’ultima suggestione poichè mi ha aperto una nuova finestra di comprensione. Il fatto che la lingua possa essere un potente antidoto contro il razzismo mi è sempre stato chiaro, ma ora capisco che anche la sua stessa genesi è una prova incontrovertibile dell’infondatezza del concetto di razza e un argomento a sostegno dell’ integrazione e comprensione tra esseri umani.

Proprio partendo dalla scoperta scientifica che il nostro cervello è programmato per permettere la parola e che non esiste una lingua originaria, pura e incontaminata, un’età dell’oro della lingua a cui far ritorno o a cui ispirarsi. Dentro di noi abbiamo il linguaggio in potenza. Tutte le lingue del mondo. L’ amore di chi ci circonda, relazioni, ambiente decideranno poi della nostra lingua madre. Biologia e cultura, amore e stimoli ambientali. Insieme per creare l’essere umano. E infine, sorrido ancora a pensare al mio stupore quando ho letto che esiste l’idioletto.

Sapete cos’è? Io l’ho imparato solo ora: l’insieme delle caratteristiche linguistiche di una persona. E’ unico e irripetibile, come il DNA e le impronte digitali. Stupendo. Ma soprattutto, mi sono deliziata nel ribadire a me stessa che, ancora una volta il privato è politico. Sempre confortante avere delle riprove. Sì perché nonostante la lingua sia un bene personale, unico e irripetibile risulta contemporaneamente un bene collettivo. Quindi, ogni nostra scelta linguistica, come ogni nostra azione ha un peso e una conseguenza sul nostro mondo e su quello di chi ci circonda. Le nostre parole al pari delle nostre prese di posizione cambiano e modellano il mondo.

Io sono il mio nome, poichè nel mio caso io mi identifico perfettamente con lui, ma anche tutte le parole che ho detto e mi hanno rivolto e, spesso molto più in profondità, tutte le parole che non mi hanno detto e che non ho detto.

Manuela Composti

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