La settimana sportiva: l’analisi di Mantova – Bari

Dopo oltre tre mesi senza una vittoria in trasferta, il Bari ha finalmente fatto sentire la sua voce, strappando tre punti preziosi che, in una classifica profumata dai playoff ma ben distanziata dai playout (ben otto punti di vantaggio), rappresentano il risultato più importante per una squadra ancora segnata da lacune e limiti.

Il Bari ha espugnato il “Martelli”, imponendosi contro quella che possiamo definire la “famiglia Gonzaga”, simbolo di una difesa che, come il fiume Mincio e i suoi tre celebri laghi, pareva incrollabile. In una partita che, nonostante i soliti pareggi e le rimonte degli avversari (eccezion fatta per quella contro la Cremonese, nella quale, il Bari, avrebbe meritato una sconfitta per la performance intravista), ha mostrato le tipiche oscillazioni: un giorno bene, quattro giorni male. Come già diceva Sun Tzu, “La suprema arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere”, e Longo ha scelto di pressare in alto, costringendo il Mantova, costruito sul possesso palla in ogni spazio, a entrare in affanno e confusione.

Il match, pur non essendo esaltante e segnato da numerosi errori tecnici, ha messo in luce alcune veritiere occasioni: sebbene le statistiche parlino di 17 “tiri in porta” (molti dei quali per nulla pericolosi, come il tiro di Dorval finito cento metri sopra la traversa o tentativi insignificanti ribattuti dai difensori), le vere minacce sono state registrate solo da Obaretin e Bellomo. D’altra parte, il Mantova ha creato almeno quattro vere opportunità per pareggiare o passare in vantaggio, costringendo Radunovic a una prestazione tra le migliori del torneo con una parata decisiva.

Dal punto di vista tecnico, il primo tempo ha visto il Bari dominare il gioco, nonostante una cronica mancanza di finalizzazione nei momenti decisivi, attesa in cui, per una squadra della sua tecnica, si sarebbe dovuto almeno “intaccare” il Mantova. In mezzo a questo equilibrio, il trio di centrocampo ha offerto la sola scintilla: Maita ha rubato palla a centrocampo, mentre Benali e Maggiore hanno orchestrato l’unica occasione veramente significativa, conclusasi con il tanto atteso gol da tre punti.

Lo schieramento in 3-5-1-1, con Bellomo posizionato subito dietro Bonfanti, ha garantito densità e compattezza al gioco, sebbene sembrasse che per abbattere il “muro virgiliano”, richiamo a Publio Virgilio Marone, nato in queste terre, e, giacché ci siamo, alla storica battaglia di Curtatone e Montanara, si cercassero soluzioni alternative, come un Falletti ormai in declino o un Pereiro ancora in fase di ambientamento. Come si suol dire, il mercato di gennaio offre “mercanzia” da prendere o lasciare.

Il Bari di Mantova non è risultato diverso da quello intravisto in precedenza: solito possesso palla poco produttivo, dominio del campo, e una generale mancanza di tiri incisivi, spesso affidati a terzini o difensori in contropiede. Era atteso che, in mezzo a questo schema, un centrocampista lasciasse il segno. E così è stato, finalmente con il trio di centrocampo che ha concluso con la freddezza di chi sa che, nel calcio, il cinismo conta spesso più dell’estetica. Il gol decisivo è arrivato nel momento in cui, proprio mentre il Mantova cercava di ribaltare le sorti con una pressione quasi “virgiliana”, il Bari ha saputo tenere duro, un segnale positivo nonostante le statistiche ingannevoli.

Nel secondo tempo, il Bari ha mostrato meno intensità, con la pressione alta che svaniva e gli avversari che, giocando in casa, guadagnavano sempre più coraggio. Sembrava quasi destinato a un 0-0, finché Longo, “illuminatosi di immenso” (per parafrasare Ungaretti), ha compreso che un centravanti come Bonfanti, poco convincente nella serata, non bastava per cercare la vittoria. Così, l’ingresso di Favilli e Lasagna, – che, pur non avendo contribuito direttamente al gol, hanno squarciato la difesa avversaria – ha dato la risposta attesa: il gol di Maggiore, arrivato in una fase in cui il Bari stava subendo e il Mantova sembrava aver preso fiducia. Un contrappasso dantesco per i biancorossi, che troppo spesso hanno pagato la loro fragilità nella gestione del vantaggio.

Tuttavia, i limiti restano evidenti: in attacco il Bari ha creato poche vere occasioni, gli attaccanti non hanno saputo calciare in porta e la squadra continua a risultare sterile negli ultimi sedici metri. Ordinata e compatta, con un centrocampo di qualità, il Bari è efficace ma raramente entusiasmante. Se una singola occasione basta oggi per vincere, domani potrebbe non essere altrettanto sufficiente. In questo contesto, però, spicca la prestazione di Bellomo, che ha confermato il suo ruolo centrale. Con Pereiro ancora lontano dalla forma migliore, il numero 10 biancorosso si impone non solo come trequartista, ma come collante tra i reparti, arricchendo la manovra e intensificando il pressing. Se il Bari deve ritrovare un’identità offensiva, dovrà puntare sui suoi piedi. Come scriveva Machiavelli, “La fortuna aiuta gli audaci.”

Lo sguardo ora si volge alla prossima sfida contro la Sampdoria, che si preannuncia ardua senza, probabilmente, la presenza di difensori come Obaretin, Vicari e Simic, mentre la cessione di Matino a gennaio appare ormai un evidente errore. Ma sembrerebbe che almeno uno tra Vicari e Simic possa essere recuperato. Speriamo. Domenica servirà un’altra prestazione all’insegna del sacrificio e dell’intelligenza tattica, perché la scarsa profondità della rosa potrebbe far pagare caro ogni esitazione, un’attesa che ricorda, in maniera quasi tragica, “Aspettando Godot.”

Questa vittoria, seppur sofferente e poco brillante, lascia in eredità qualcosa di fondamentale: morale, fiducia e autostima. Nel calcio, come in ogni impresa, il bel gioco è inutile se non tradotto in punti. “Non la forza, ma la perseveranza è la madre di ogni successo”, scriveva Goethe. Il Bari ha dimostrato ancora una volta che, pur tra errori e limiti, la determinazione e il coraggio di reagire possono fare la differenza.

E così, nella storia del calcio – fatta di duelli, battaglie e strategia – questa vittoria diventa il simbolo di chi sa stringere i denti, soffrire e colpire al momento giusto.

Massimo Longo

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.