
Oggi è domenica. Iniziamo bene già così. Tempo brumoso e freddo che si percepisce anche solo guardando fuori dalla finestra, ma potrebbe essere una buona notizia anche questa. E siccome “l’ottimismo è il sale della vita” e ancora di più avere sempre un piano B, faccio colazione pensando alle alternative escludendo la vita sociale e l’aria aperta. Non devo nemmeno sforzarmi troppo perché sembra che i pianeti si stiano allineando da soli. Tra le email, la terza mi comunica che è pronto per me uno dei libri ordinati nel prestito online della biblioteca. Click e l’ebook è scaricato. Dunque, piano B in partenza in perfetto orario. Colazione, giro con la mia cagnolona, camino e poltrona, libro e tazza di tè a nastro fino a sera.
Ah, non ho ancora detto cosa mi è arrivato in prestito tra i cinque che ho prenotato. Ora guardo!
Elogio dell’ ignoranza e dell’errore – G. Carofiglio.
Il libro è molto contenuto, circa 70 pagine. Il lato positivo è che senza sfoggiare nemmeno la “mia dote” di preveggenza, mi rendo conto che in giornata lo avrò concluso, altro che quindici giorni di prestito. Rassicurante. A fine pomeriggio, tra vari intermezzi e dopo due teiere la missione è portata a termine con piacevole successo.
Il libro è interessante e scorrevole come sempre la sua scrittura. Pieno di esempi a favore delle sue tesi e di piccole chicche che vanno a migliorare la mia conoscenza generale. I capitoli spaziano dall’elogio dell’ignoranza e dell’errore, come promette il titolo, passando dalla memoria all’improvvisazione, dall’elogio della buona caduta fino all’esortazione ad abbracciare un dubbio critico. Concordo su tutto, ma alcuni passaggi li trovo particolarmente appropriati e quasi “personali”.
Fin dall’infanzia abbiamo percepito il senso di fallimento che è legato al concetto di errore, alla violazione delle regole (quasi mai decise da noi, anzi trovate già confezionate con il fiocco rosa o azzurro alla nostra nascita). In realtà l’errore è parte integrante del processo di crescita e ben lungi dall’essere relegato ad un periodo della vita come i brufoli, ci accompagna come un fedele compagno (intendo come un cane non un umano ovviamente!) fino alla fine.
Accettare l’immensa “enciclopedia della nostra ignoranza” è la condizione per continuare a stupirci e gioire della vita. L’errore è inevitabile in ogni campo ed è una delle forme in cui si articola il pensiero. La realtà ha un carattere prospettico ed il dubbio, la cautela nel giudizio sono le uniche armi che ci consentono di non rimanere intrappolati nei nostri preconcetti e nella naturale, atavica tendenza a piegare il reale a conferma delle nostre “intuizioni” e “previsioni”.
Il nostro cervello è una “macchina predittiva” ci dice Carofiglio. Con quale livello di accuratezza dipende da vari fattori e la competenza in un determinato campo non è assoluta garanzia di successo. Per esempio sono famose alcune previsioni: nel 1916 Charlie Chaplin si disse sicuro che il cinema non avrebbe avuto un futuro perché le persone amavano il rapporto diretto proprio del palcoscenico così come nel 1932 A. Einstein dichiarò che non sarebbe mai stato possibile per l’uomo produrre energia atomica.
Sostenere l’esistenza di limiti anche alle capacità predittive degli “esperti”, non significa negare l’importanza delle competenze. Significa sottolineare l’urgenza di adottare sempre cautela e dubbio critico. Il più delle volte si sbagliano le previsioni per un sottile narcisismo che induce ad immedesimarsi eccessivamente nel proprio “status” e a perdere di vista la propria ignoranza.
La metacognizione è una dote. Sviluppiamola, è gratis! Il rischio di stupidità riguarda ognuno in ogni momento della vita ed è un’attitudine non un destino. Meno etichette e semplificazioni, meno ego, sembrerebbe suggerire l’autore. Apriamoci all’ascolto, alla critica costruttiva che molto spesso solo noi leggiamo come attacco personale.
Ovviamente per poter fare questo passo bisogna accettare come alleato il dissenso ed imparare a ricevere e porre domande, soprattutto a se stessi. Il punto di domanda aiuta a crescere più del punto esclamativo. L’ignoranza, poi, ha una pessima reputazione, soprattutto se fraintesa e accettata come un fine e non come un mezzo. Neanche a dirlo che l’ignoranza di cui parla Carofiglio non è certo quella inconsapevole e presuntuosa che non porta a nessuna crescita individuale e collettiva, ma risulta essere solo una minaccia per se stessi e gli altri, vero? Essere competente in un campo, esperto in un argomento, non rende automaticamente “tuttologi”. Se non si sta esprimendo un concetto legato al proprio ambito, e anche in quel caso un pizzico di umiltà per lasciare spazio al dubbio e all’errore sarebbe salutare, se non sono in gioco le nostre competenze dicevo, stiamo esponendo esclusivamente una nostra opinione.
Non sei l’Oracolo di Delfi in ogni occasione!
Potrebbe o, meglio, dovrebbe essere un monito da usare come salvaschermo sul cellulare. Conoscere i propri limiti è sempre buona norma, riconoscere la propria ignoranza invece è fondamentale. Il paradosso della vita è proprio che più si conosce più si dovrebbe intuire la vastità di ciò che si ignora. L’ignoranza allora dovrebbe essere una nostra alleata, un faro che illumina il cammino verso la conoscenza, sapendo che quest’ultima non verrà mai raggiunta in assoluto. Carofiglio sposta ancora una volta l’attenzione e capovolge la considerazione corrente di improvvisazione. Non faciloneria o dilettantismo, ma forma di adattamento fattivo e positivo alle sfide della vita.
Voler risalire ad ogni costo la corrente, se non sei un salmone, non sembra essere la scelta ottimale. Pensare di essere noi a condurre il gioco può far sentire tranquilli e sicuri, fino a prova contraria! Del resto un noto midrash ci ricorda che: “Se vuoi fare ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”. Progettare, pianificare, sviscerare ogni dettaglio, ogni mossa, ogni eventualità può essere utile, certo, finchè non si trasforma in una trappola, una gabbia.
L’improvvisazione non deve essere sottovalutata. E’ un’arte, frutto di un’attenta preparazione mentale. Significa farsi acqua e non pietra; Essere placide come un lago e tumultuose come un torrente, scorrere veloci spinte dalla corrente come un fiume in piena e sonnecchiare come la superficie del mare in un giorno senza vento. Tutto in ogni momento, a seconda del momento. Non deve essere frainteso e derubricato in qualunquismo e untuosa adattabilità a ciò che risulta più utile. E’ un livello molto più elevato di consapevolezza. Vuol dire sapere chi si è, dove si è collocati nel mondo e avere chiari gli obbiettivi e i valori da custodire e difendere ed essere, proprio per questo, aperti alla serendipità della vita e a cogliere la sua meraviglia a volte incomprensibile, a volte dura e quasi spietata eppure incredibilmente carica di opportunità di crescita. La nostra stessa evoluzione è un processo di improvvisazione a lungo termine, o no?
Quindi, quietare il proprio ego sembra essere il primo passo. Davanti all’ignoto, allora, meglio “un’attenzione fluttuante” come la definisce Freud ad una rigida e perfetta pianificazione. Se si abbraccia l’improvvisazione e il fluttuante equilibrio non si può non apprezzare la caduta come forma di apprendimento. Fondamentale saper cadere bene, con grazia e consapevolezza per farsi meno male e ricordarsi che per imparare a cadere, bisogna paradossalmente non averne paura, non vivere sempre in difesa.
La nostra vita è un Pantheon di cadute e perdite di equilibrio. Mia nonna diceva: “Se ascolti la vita e impari dagli errori, chiusa una porta si apre un portone”. Io penso che se abbiamo l’umiltà di guardare dritto negli occhi la vita, anche quando la sua luce è dolorosamente accecante, grazie alle cadute si impara a volare.
Ho sempre pensato che alla fine di un libro, se anche solo un concetto o una nuova curiosità trova casa nella mia mente, quel libro sia stato un dono. Oggi ho imparato una cosa nuova. Shoshin, lo spirito del principiante, la mente / cuore del principiante. Questo è l’atteggiamento con il quale inconsciamente cerco da sempre di pormi davanti alle sfide della vita, ma come dice Vera Gheno finchè non lo nomini un sentimento o una cosa non assume razionale / reale consistenza. Ora ha un nome. Lo spirito shoshin dovrebbe essere l’abito mentale abituale sempre.
Manuela Composti