
Io non so se è una questione di età o di educazione, fatto sta che nel comportamento del pubblico in sala mi riconosco sempre meno. Ormai approfittano della comodità delle sedie del cinema per discorrere amabilmente dei fatti propri, sgranocchiando snack su poltrone che loro lasciano sporche affinché altri le puliscano, guardano tutto il tempo lo schermo del cellulare, fregandosene beatamente della luce azzurrina che illumina tutta la sala, rispondono tranquillamente alle chiamate dopo suonerie che tradiscono il loro essere ipoudenti, con un tono di voce della stessa intensità. Quando si tratta di applausi, scambiano tutto il mondo per un concerto jazz, così, alla fine di ogni assolo, di ogni movimento di sinfonia, di ogni aria operistica, di ogni relazione, finanche di interventi invero modesti, c’è la corsa a battere le mani. E le risate, poi? Tocca munirsi di pazienza, quando il pubblico scambia il teatro dell’assurdo per una commedia degli equivoci, chiedendosi se sto sbagliando io a non scompormi o chi ride a ogni battito di ciglia. Ma perché dico questo? Ci torno dopo.
“Il Calapranzi” è una commedia scritta da Harold Pinter nel 1957, andata in scena per la prima volta a Londra nel 1960. La trama è essenziale quanto complessa: Ben e Gus sono chiusi in uno scantinato, attendendo di lì ordini per la prossima missione, da una persona che non si vede in scena. Rinchiusi in questo ambiente, senza dialogo con l’esterno, i due montano discussioni per un nonnulla, scambiandosi i ruoli dialettici: se Ben ha un approccio più zen alla reclusione, Gus ha accessi claustrofobici; se Gus si sente smarrito di fronte alla sua condizione, Ben lo aggredisce violentemente. L’unico rapporto con l’esterno è un montacarichi, un calapranzi per l’appunto, dal quale arrivano messaggi dal datore di lavoro. È così che si scopre che i due si trovano a Birmingham, dove sono sicari mercenari, in attesa della vittima che sta per raggiungerli proprio lì.
La versione del Calapranzi del Teatro Biondo Palermo vede in scena il barese Giuseppe Scoditti e il palermitano Dario Aita, per la regia di Roberto Rustioni. Abbiamo visto entrambi gli attori nel passato recentissimo recitare per Nanni Moretti e in “Percoco” quanto a Scoditti, e Aita recitare per Sorrentino. La trasposizione della pièce è andata in scena nell’ambito della stagione “Attraversamenti” 2024-2025 del Teatro Kismet di Bari, a cura di Teresa Ludovico.
Orbene, è abbastanza intellegibile il dualismo dell’animo umano in situazioni di crisi, la tentazione di lasciarsi andare contro quella di diventare aggressivi e pieni di odio, la razionalità contro l’impulso, gli echi kafkiani sempre presenti. Entrambi gli attori si danno molto negli eccessi, nei movimenti a scatti, nella disperazione della loro condizione che è poi la condizione umana: andare avanti, provare a capire cosa succede, anche quando un senso non c’è.

Il tragico errore, però, avviene a sipario ancora chiuso. Scoditti, che abbiamo conosciuto per ruoli brillanti e ridanciani, in questo stile chiede al pubblico, prima che inizi lo spettacolo, di spegnere i cellulari e godersi lo spettacolo. E così, quando il sipario si apre, la porzione di pubblico che ha imparato a conoscere Scoditti come attore che fa ridere, pubblico di casa, per giunta, con pochi punti di sovrapposizione rispetto alla frequentazione abituale, ride ripetutamente a ogni gesto, parola, sguardo che Scoditti fa. Un episodio surreale, un assurdo nell’assurdo, uno spettacolo nello spettacolo, tanto più surreale avendo a mente la dedizione che il Kismet mette nella ricerca, nell’ossessione per un’offerta che rispetta il pubblico, l’arte, il tempo delle persone. La tendenza va sfumando, quando la pièce disvela i suoi significati, lasciandoci però con un carico di riflessioni e perplessità aggiuntive rispetto al normale stimolo che l’arte, se ben eseguita, dà.
Non mi è chiaro quando il pubblico ha disimparato a scindere e stratificare i registri espressivi, o se l’abitudine rispetto a quello che prima che un artista è un amico o conoscente condiziona la visione e l’umore. Pinter, e forse pure Kafka, ci avrebbero scritto su una pièce.
Beatrice Zippo