
Uno degli stereotipi legati alla femminilità attiene l’istinto materno. Non è mai del tutto sopito il desiderio di assicurarsi che le bambine siano attaccate a giocattoli come passeggini e bambole, anche nei contesti più progressisti. Per non parlare degli scongiuri e degli ex voto che anche le famiglie più avanti fanno, quando una figlia dice di non volere figli, e non per forza per amore della carriera. “Poi cambierai idea”, “Non hai trovato quello giusto” e altre bestialità, in nome della continuità della specie. Vai a spiegare che in verità, con un genere maschile che si è involuto, invece di capire che il lavoro di cura domestica va compartito, sta passando la voglia di mettere su famiglia pure alle ultime superstiti.
Sulle conseguenze deteriori di queste imposizioni regge il racconto di “The Girl with the Needle”, film in bianco e nero candidato agli Oscar 2025 nella sezione film internazionale. Diretto da Magnus von Horn, in danese, la produzione danese, polacca e svedese, è ispirato alla storia vera di Dagmar Overbye, che ha ucciso numerosi bambini nati fuori dal matrimonio tra il 1913 e il 1920. A Copenhagen, Karoline è una giovane operaia, del cui marito, partito al fronte, non si hanno notizie. Inizia una relazione col padrone della fabbrica in cui lavora, fino a quando il marito non torna dal conflitto, deturpato nel volto e nella mente, e lei, rimasta incinta del padrone, non viene da questi lasciata, per giunta senza lavoro. Disperata, tenta di procurarsi un aborto, ma incontra Dagmar, titolare di un negozio di dolci che aiuta disperate come lei ad affidare i bambini nati da gravidanze fuori dal matrimonio a famiglie facoltose. Karoline non solo le affida la sua bambina, ma fa da balia agli altri bambini che vengono portati a Dagmar, allattandoli. Sembra tutto a posto, Karoline e Dagmar si drogano assieme di etere, intentano perfino una relazione fisica, fino a quando un avvenimento fortuito non porterà Karoline a scoprire l’amara verità sulla sua benefattrice.
La modernità dei volti è la vera scoperta di questo film, un contrasto agghiacciante, attualizzante, con la fotografia e i movimenti da film muto, in cui si possono perfino immaginare le macchie della pellicola. Anche i fotogrammi dei volti deformati come in un incubo, quando il vero incubo è la realtà dello stato di bisogno, che genera il degrado, esaltano il dramma della disperazione, la vera morale di questa favola noir, candidata all’Oscar 2025 nella categoria film internazionale (visibile attualmente su MUBI).
Abbiamo visto numerosi film, in tempi più o meno recenti, sull’aborto: “La scelta di Anne” di Audrey Diwan, Leone d’Oro 2021, “Levante” di Lillah Halla. Questo film ha la spregiudicatezza del vero, portando tutto ciò che è reale, inclusi i sentimenti scadenti come la realtà, davanti ai nostri occhi.
Non solo: la spirale verso il basso del racconto è mossa da dinamiche karmiche, dalle varie nemesi del marito storpio, alla percezione che la bambina, ceduta alla famiglia buona, in realtà non se ne sia mai andata, dal ventre e dalla vita, una sensazione di sporco che arriva anche a chi il film lo guarda.
E sempre a chi guarda è rivolta la frase di Dagmar Overbye, sputata davanti alla camera, dedicata a tutti gli assassini del futuro climatico e politico perpetrati alle generazioni presenti e future: “Ho solo fatto quello che andava fatto. Ho solo fatto quello che loro avevano troppa paura di fare e hanno paura ad ammetterlo. Dovreste darmi una medaglia”. È questa, l’ipocrisia di creare un domani migliore, mentre quotidianamente distruggiamo la casa che abbiamo preso in prestito da chi ci seguirà, la cosa che più turba, quando il film è finito e la realtà torna a foschi, foschissimi colori.
Beatrice Zippo