
La morte di Bruno Pizzul fa male. Ma proprio male. Non solo a chi ha avuto la fortuna, come me, di conoscerlo, di stringergli la mano, di incrociare il suo sguardo gentile e la sua educazione d’altri tempi, ma anche a chi, sempre come me, ha vissuto il calcio attraverso la sua voce. Quella voce calda, pacata, avvolgente, che sapeva raccontare lo sport con una naturalezza che oggi sembra un’arte perduta.
Era stato assunto in Rai per concorso. Non perché avesse amici o conoscenze, ma perché era semplicemente bravo. E lo ha dimostrato ogni volta che ha preso il microfono in mano. Non si limitava a raccontare il calcio, lo viveva con noi, con il pubblico. Trasmetteva emozioni, non numeri, non statistiche sterili. Era il calcio che parlava attraverso di lui.
Lo ricordo bene in occasione di un Varese-Bari nel lontano ottobre 1973, quando con mio padre e coi miei fratelli , vivendo a Pavia, andammo a vedere la partita e lui era accanto a noi, in tribuna (non so nemmeno se esistesse una “tribuna stampa” all’epoca), all’interno di una piccola cabina RAI, in vetro, dove fece la telecronaca che poi, nel pomeriggio, avrebbero trasmesso in TV sul “secondo canale”, perché “un tempo” di una gara di serie B lo mandavano sul secondo canale, “un tempo” di serie A sul primo canale. Infatti dissi a mio padre: “babbo sicuramente in TV stasera daranno il Bari perché c’è Pizzul in cabina”. E mio padre rispose, “bene così ci rivedremo un tempo”. Il Bari di Scarrone, Sigarini, Casarsa, Tendi, Butti, Mancini, Cazzola, Marongiu e tanti altri. Fu la gara in cui Scarrone prese ben tre pali e poi, come era – ed è – consuetudine, il Bari fu punito con Giacomo Libera che verso la fine, ci castigò con il solito golletto, Libera che poi sarebbe passato al Bari. Questo tipo di situazione sono tipicamente del Bari da 118 anni.
La sua telecronaca, però, non era mai solo cronaca: era passione, era poesia. Era il calcio che diventava racconto.
Per chi, come me, lo ha ascoltato dai suoi esordi fino al ritiro in occasione della partita al “Rocco” di Trieste contro la Slovenia (perduta dalla nazionale), Bruno Pizzul è stato un compagno di viaggio. Da seconda voce di Nando Martellini fino a raccoglierne l’eredità, con il suo stile inconfondibile fatto di eleganza e coinvolgimento. “Tutto molto bello”, diceva, esaltando un’azione spettacolare. “Applausi”, sentenziava con il suo timbro inconfondibile dopo una giocata raffinata. E quando serviva il commento che chiudeva un’epoca, aveva sempre le parole giuste: “Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare”, disse la notte del 3 luglio 1990, mentre Aldo Serena si allontanava con le spalle alla porta e il sogno azzurro si frantumava contro Goycochea. Parole che hanno inciso un’epoca.
Lo ricordo anche nella Domenica Sportiva quando tutti la vedevamo, a presentare la moviola con Vitaletti, cercando di spiegare ciò che le immagini sgranate dell’epoca lasciavano nel dubbio. Perché Bruno Pizzul non era solo il cronista, era la guida che ci aiutava a comprendere il calcio e ad amarlo di più. Era il VAR dotato di viso e voce.
Era un uomo di parola, un gentiluomo. Ricordo quando lo contattai per invitarlo a “Fieramente Bari” in Fiera. Accettò con entusiasmo, promettendo di esserci per raccontare il suo rapporto con la squadra biancorossa. Poi, il giorno prima, mi chiamò per scusarsi con voce sincera: un imprevisto lo avrebbe trattenuto a Milano. Ma volle che salutassi tutti i tifosi del Bari, cosa che feci al microfono davanti alla platea di tifosi accorsi. Perché lui, di quel mondo, si sentiva parte.
Ha raccontato di tutto, dalle notti magiche dell’Italia ai drammi del calcio, come la strage dell’Heysel. Era lì, testimone del bello e del tragico, sempre con la misura di chi sapeva che il calcio è vita, gioia e dolore mescolati in novanta minuti.
Lui che già intravedeva la possibilità di fare la telecronaca della finale con l’Italia, si dovette accontentare della semifinale con l’Argentina a Napoli e della sequenza dei rigori con Maradona nel suo stadio il 3 luglio 90.
“L’amarezza di tutto il clan italiano, l’amarezza noi stessi dello sport che pur bisogna saperla accoglierla. Si tratta pur sempre di una partita di calcio”, disse quando Serena sbagliò il rigore, parole che adesso farebbero infuriare gli appassionati di calcio tanto, questo sport, è diventato straripante nella sua accezione negativa. Oggi sarebbe impossibile sentirlo dire da qualunque telecronista se penso a chi ci narra, urlando, il calcio. Così come la composta esultanza in occasione di un gol differentemente dalle urla scomposte dei suoi colleghi di oggi.
“Ricordo il clima di mestizia generale si percepiva attraverso le inquadrature sugli spalti, ricordo il regista Enzo De Pasquale che aveva sistemato un paio di telecamere sul tetto dello stadio San Paolo, una notte bellissima, e in chiusura ci regalò immagini straordinarie del mare sul golfo di Napoli, la luna, il suo riflesso sul mare, ed io, in chiave consolatoria, mi permisi certi voli pindarici lessicali di carattere poetico dicendo, più o meno, vabbè, non giocheremo la finale ma davanti a questo spettacolo della natura non prendiamocela più di tanto”. Ma non tutti gradirono, “Ma chi ti credi di essere, – mi dissero – Leopardi? Lascia stare”. Pizzul si congedò a fine telecronaca così, senza piagnistei, senza recriminare, senza imprecare o urlare ma col suo solito, unico ed inimitabile stile gentile: “C’è tristezza sul golfo, che resta peraltro splendido, di Napoli. Signore e signori grazie per la cortese attenzione, a voi tutti buonanotte”. Disse a fine telecronaca.
Non ha mai potuto dire, anzi scandire “Campioni del mondo” per quattro volte, ed è un rimpianto che forse ha portato con sé. Ma se esiste un Pantheon della telecronaca, Bruno Pizzul è lì, in prima fila. Perché lui non si limitava a raccontare il calcio: ce lo faceva amare. E chissà quante telecronache, d’ora in avanti, potrà fare dal momento che c’è più di una squadra di calcio ad attenderlo lassù, tra Paolo rossi, Gigi Riva, Gianluca Vialli, Totò Schillaci, Tarcisio Burgnich, Giacinto Facchetti, Mariolino Corso, e tanti altri, senza dimenticare gli avversari che hanno anzitempo lasciato questa terra; penso a Karl-Heinz Schnellinger, Franz Beckenbauer Johan Cruijff, Andreas Brehme, lo stesso Diego Maradona e tanti altri.
Se ne è andato nel suo amato Friuli, lasciando un vuoto che sarà impossibile colmare.
“Mandi”, gigante buono, dalla terra è tutto, a te la linea.
Il Cadetto di Guascogna