
Rileggere dopo oltre trent’anni “Passaggio in ombra” di Mariateresa Di Lascia significa certo ricordare con grande tristezza i momenti, lunghissimi, che abbiamo vissuto con lei e con Marco Pannella nell’utopia di conseguire con la politica, risultati notevolissimi sotto il profilo sociale soprattutto per le donne. Ma anche registrare il grande talento di scrittrice in questo originale romanzo dove la politica, la lotta sociale sono in secondo piano e con grande talento viene descritta la “saga” di una famiglia del meridione, anzi il meridione soprattutto della provincia di Foggia che lei tratta alla Catullo: odi et amo, ti odio e nello stesso tempo ti amo.
Ma poiché sta venendo meno per i nostri giovani la memoria storica in virtù di una scuola, dotata di ottimi insegnanti, ma mal governata da semplici dilettanti (per non dire altro) è necessario raccontare la storia della vita di questa “irrefrenabile donna” che Marco Pannella qualificò come “la pasionaria” del movimento radicale, di cui divenne vice presidente quando il movimento si trasformò in partito. LaDi Lascia nasce nel gennaio 1954 a Rocchetta Sant’Antonio un piccolo paese in provincia di Foggia. Però si trasferisce a Napoli dove, conseguita la maturità classica, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia al fine di diventare missionaria laica. Tuttavia gli studi vennero abbandonati tre anni dopo perché nel contempo, esattamente nel 1975, entrò a far parte del Partito Radicale dove profuse tutte le energie fisiche ed intellettuali tanto che nel 1982 fu eletta vicesegretario nazionale del partito (segretario Marco Pannella) per poi diventare deputata nella 9^ legislatura.
Dal momento in cui fu eletta in Parlamento con il Partito Radicale, numerose e molto sostenute furono le battaglie politico/sociali contro lo sterminio per la fame, come la campagna “Sopravvivenza 82“, dove vennero mobilitati tutti i sindaci di Italia, Francia e Belgio affinché intervenissero contro la fame nel Sud del mondo. Ma altre grosse battaglie furono affrontate contemporaneamente insieme a quelle per diritti civili quali l’aborto, i diritti alla vita, economici, sociali come la riforma delle pensioni. Per l’aborto in particolare la Di Lascia era convinta che benché fosse per la donna una scelta dolorosa, sostenne comunque per ogni donna la libertà di scegliere in piena autonomia. Agendo come un vero e proprio “tsumani politico/sociale, con Adriano Sofri condusse la campagna “Un digiunatore al giorno” di solidarietà con le vittime della guerra nella ex Jugoslavia.
Ma la creatura Sua più importante, costituita insieme al marito Sergio D’Elia, fu la lega “Nessuno tocchi Caino” finalizzata all’abolizione della pena di morte nel mondo. Il 10 settembre 1994, all’età di 40 anni, morì a Roma per un tumore veloce e molto aggressivo, pochi mesi dopo aver sposato Sergio D’Elia. La tomba della Di Lascia si trova a Fiuminata, paese dell’entroterra marchigiano dove era nata Sua madre.

Il percorso letterario di Mariateresa Di Lascia incomincia dal 1992 con Compleanno e Veglia e culmina nel 1995 con Passaggio in ombra che fu premiato postumo con il premio Strega. Le relazioni sentimentali fu pubblicato postumo nel 1995 come pure Un vuoto dove passa ogni cosa. La vita breve e fortemente impegnata della Di Lascia giustifica la scarsa produzione letteraria di una donna che, se fosse vissuta più a lungo, avrebbe scritto pagine indimenticabili su quello che è il tema fondamentale dei suoi scritti: la solitudine e la rievocazione della propria vita, del proprio passato in uno sforzo di oggettivo autobiografismo ambientato in un sud odiato e allo stesso tempo amato, una sorta di saga meridionale.
A Mariateresa è stato dedicato un grande libro di Antonio Blasotta che con “La vita di un angelo ribelle” volle sottolineare nella memoria del tempo la singolare e unica vita di questa straordinaria donna della Puglia che si rese promotrice di grandi iniziative sociali quale l’Associazione “Nessuno tocchi Caino” finalizzata alla abolizione in tutto il mondo della pena di morte. E che ancora oggi fa parte dei programmi permanenti del’ONU
Ma la poetica di Mariateresa Di Lascia, la quale impegnata nella sua grande attività social/politica aveva pudicamente tenuto nascosto il suo talento di grande scrittrice, la si coglie nei brevi frammenti dei suoi scritti: “Hanno cercato di convincermi in molti a lasciare questa casa, perché è piccola e affogata e, quando mi viene l’asma, rischio sempre di morire davanti alla finestra aperta, ma io non do ascolto a nessuno, e penso che è inutile preoccuparsi di ogni cosa: la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita”. E poi ancora: “Quando aveva pensato a cosa sarebbe stata la sua vita, a quale forma si sarebbe piegata ad avere, se mai ne avesse avuta una, aveva sentito qualcosa ribellarsi dentro sé, come per una insopportabile imposizione. Allora aveva avuto un solo desiderio: conservare il più a lungo possibile, forse per sempre la libertà di non avere nessuna forma”,
Allora solitudine come libertà completa che lei racconta in Passaggio in ombra dove Chiara, protagonista del romanzo, descrive lo scontro ipocrita con i suoi parenti che sono contrari, per ancestrali credenze, al suo vero amore per il cugino Saverio al quale la sua famiglia si oppone decisamente. Quindi “Passaggio in ombra” è la storia di una fanciulla che deve vivere con la sua famiglia che la contrasta nelle sue scelte fondamentali e che si sente libera, adulta e sconfitta dove la cosa migliore è andare via, fuggire, per sempre. Ma lei non ce la fa ad andarsene perché quel paese, che pure odia per il suo grado di arretratezza mentale e per i suoi comportamenti, è il suo paese che nel contempo ama alla follia.
E dal contrasto con la sua famiglia e l’odio/amore per il suo paese dove è nata, Mariateresa Di Lascia ricostruisce la storia familiare dei D’Auria soprattutto dalla parte del ramo paterno e descrive in maniera irripetibile le dinamiche relazionali maledettamente soffocanti della sua famiglia. Quindi da una parte la solitudine dei ricordi e dall’altra un nero presente costante che possiede Chiara persino durante il sonno, dove le stanze le appaiono «ammuffite» in una sorta di gioco lugubre tra luci ed ombre.
Passaggio in ombra è tutto coniugato al femminile in quanto le figure centrali sono le donne, due su tutte: Anita, la madre, e donna Peppina Curatore, la zia Peppina sorella del padre. La mamma amatissima che la segue fino alla morte, la zia Peppina che di fatto l’adotta perché vuole realizzare tramite Chiara l’ambizione e la megalomania della famiglia da cui proviene. L’unica figura maschile è il padre, Francesco, furioso e indifferente, che però si dissolve subito vittima delle sue inadeguatezze e incongruenze.
Il romanzo si apre con un presente narrativo in cui Chiara, adulta, malata, asmatica e cieca da un occhio, si aggira, «pigra e impolverata». Ma è una casa molto grande, troppo grande quella che le ha regalatala zia dove Chiara è quasi sepolta dagli oggetti antichi. E quei mobili, quegli oggetti nella Sua mente danno la esatta dimensione di una grandezza presagita dalla zia e forse anche da lei, grandezza mai avveratasi. Protetta fino alla negazione della realtà dalla zia facoltosa, Chiara non raggiungerà mai nessun obiettivo e la sua vita si spezza sin dai primi anni della adolescenza. Non lavorerà mai un giorno e, nascosta nella casa, dice: « […] travestita così, senza età e senza sesso, finalmente me ne rido del mondo». Sembra un beffardo grido di dolore. Invece é un senso di libertà dopo aver rinunciato con assennatezza alla vita. Chiara evoca coscientemente una felicità sfuggita, anzi sottratta a lei dalla famiglia paterna e per questo diniego le scappa di mano il futuro, la speranza. E si spegne così senza concludere niente perché quello che resta come rassicurante è il passato che lei stessa definisce «luogo sicuro, già compiuto». Ed è in questo luogo, nel passato sicuro e già compiuto che Chiara si ferma per sempre, cristallizzata dal dolore e dall’incuria.
Un romanzo corale retto nella struttura e nelle emozioni da Anita, donna Peppina Curatore e in parte anche dalla zia Giuppina, tre donne profondamente diverse che concorrono, in egual misura, nella sconfitta di Chiara. Anita rimarrà solida solo fino all’ennesimo tradimento di Francesco, cosa che funesterà il resto della sua esistenza. Donna Peppina Curatore, invece, sarà figura maestosa fino alla fine, capace di «plasmare la realtà sul proprio desiderio», tali sono le manie di grandezza e l’altezza delle sue aspettative su famiglia e nipote. Assieme a Chiara, è donna Peppina il personaggio migliore, una donna radicata nel Sud magico e cattivo del romanzo, donna/ non madre, punto fondamentale della sua caratterizzazione. E questo lo si apprezza, all’evidenza, soprattutto, in Francesco, il padre, «furioso e indifferente» e cresciuto in un «deserto sentimentale». È lui il colpevole della follia che maledice Chiara e la perseguita per tutta la vita. Di Francesco, del padre, Di Lascia scrive: […] viveva in maniera confusa, mentre un destino fortunoso lo braccava, impedendogli di lasciarsi andare alla deriva come avrebbe voluto e ributtandolo nella vita un attimo prima della fine”.
Questo sentimento sul padre sono gli stessi sentimenti di odio/amore di Chiara, nonostante gli interventi energici di donna Peppina, che fino alla sua dipartita da questo mondo, nella sua concezione visionaria, darà a Chiara una casa, una pensione d’invalidità e una fiducia cieca che si spegnerà solo davanti al crollo definitivo della pronipote. Ma nonostante tutto rien ne va plus. E solo Francesco è un padre che scompare e poi ritorna deciso a costruire un rapporto con la figlia, ma il destino cinico dei D’Auria lo tradirà di nuovo, le ingiustizie lo fiaccheranno, e non ci sarà soluzione se non diventare fedifrago. Insomma un libro completo e complesso e credo che abbia avuto ragione Inge Feltrinelli a paragonarlo a “Il Gattopardo” di Tommasi di Lampedusa. E non solo per la “scoperta” postuma di questo grande romanzo storico per me ingiustamente dimenticato. Eh si, perché Maria Teresa Di Lascia ha detto tutto senza alcuna riserva, dava e dà ancora fastidio sia con i suoi grandi atti social/politici sia con i Suoi scritti. Peccato che sia andata via così presto.
La Sua presenza come donna, come politica, come vessillifera di grandi eventi civili sarebbe stato per noi un motivo per cercare di risolvere l’attuale, e speriamo non duraturo, “buio dei sentimenti” che riguarda il suo romanzo.
Perché “Passaggio in ombra”, dove -si badi bene- non viene riferito mai nessun luogo, ma dove Rocchetta Sant’Antonio, nella sua singolare posizione geografica, al confine di tre regioni, viene identificata comunque in un territorio aspro, brullo, di agricoltura e allevamento, un luogo magico in una Puglia che è tutta matrigna e che ha un fuoco dentro che ammalia, ma che si rivela cattivo e traditore. Il Sud narrato da “Passaggio in ombra,” è intriso di pregiudizi e tradizioni talmente radicate da diventare credenze religiose. Un Sud soffocato da maldicenze, cattivi pensieri, figli nascosti e famiglie disfunzionali mantenute solo per una questione di facciata, di cosa dice e dirà la gente. Cosa che avviene tuttora. Purtroppo. E questa moderna “maledizione” proviene da tempi molto difficili. E da una grande donna.
Nicola Raimondo