
“Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli. Perciò, chiunque si farà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel Regno dei Cieli.” (Vangelo di Matteo 18, 3-4)
“Dicono che c’è un tempo per seminare ed uno più lungo per aspettare: io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare.” (Ivano Fossati)

In principio era l’artista di strada. Non vi è dubbio che la creazione dell’arte della rappresentazione parta da lì, anche se oggi quello strano e fatato mondo pare non poter sopravvivere al di fuori di un ambito circoscritto e tranquillizzante e, soprattutto, senza l’edificante apporto di un pubblico adulto ed adorante: il teatro è forse la maggiore dimostrazione di questa particolarissima involuzione della cultura popolare; figlio, se non addirittura figliastro, di quella pionieristica realtà nata con il carrozzone itinerante di Tespi, sembra ora averne definitivamente preso le distanze, rinnegando spudoratamente i propri natali, rinchiudendosi – repentinamente, oseremmo dire – in opprimenti stanzoni che, il più delle volte, non lasciano alcuno spazio alla fantasia, né, tantomeno, concedono che si possa giungere ad una sana, consapevole e liberatoria esternazione delle proprie emozioni.

Unica roccaforte del primordiale modo di fare arte resta il circo, meraviglia tra le meraviglie, mondo fatato che, a dispetto delle enormi difficoltà e degli infiniti sacrifici dei suoi abitanti, ci accoglie sempre con un luminosissimo raggio di sole, impalpabile magia che si lascia catturare solo da quanti si abbandonano ai suoi benefici effetti. Ed in quel luminoso pianeta, vi sono uomini che paiono vivere con il solo scopo di donarsi agli altri, di dedicarsi alla cura del prossimo, di regalare ai propri simili sorrisi, gioia, sogni: sono i comici, i giullari, i clown, gli esseri umani ritenuti, nella loro follia, i più vicini al Divino (San Francesco d’Assisi docet), talmente affini alla divinità da riuscire, talvolta, ad operare dei miracoli.

Slava Polunin, da molti considerato il miglior clown del mondo, compie indubbiamente miracoli, non fosse altro che per quella sua capacità di far tornare a battere i nostri vecchi cuori, perennemente atrofizzati, ad un ritmo consono ad una vita viva, di insegnarci a tornare bambini, che poi vuol dire disimparare, lasciarsi andare a regole altre, oniriche, buttare il cuore al di là della siepe, spingersi oltre, credere nuovamente all’incredibile. Nato in una piccola città russa, lontano dai grandi centri urbani, Slava trascorre gran parte della sua infanzia in mezzo alle foreste, ai campi e ai fiumi, dilettandosi nella costruzione di case sugli alberi, fino a quando il fuoco della passione per l’arte della clowneria non lo spingerà, a soli 17 anni, a trasferirsi a San Pietroburgo, a quei tempi ancora Leningrado, per iscriversi ad una scuola di mimo; sarà il primo passo per uno dei più straordinari artisti che il mondo abbia conosciuto.

Probabilmente in memoria di quel suo viaggio iniziatico, nel 1993 Slava crea lo “Slava’s Snowshow”, spettacolo di infinita suggestione ed immensa fascinazione, ilare e malinconico come solo le creazioni dei grandi clown sanno essere, tornato oggi, dopo il già trionfale passaggio del 2019, al Teatro Petruzzelli di Bari per impreziosire ulteriormente il già pregiato cartellone annuale della Fondazione, con repliche sino a domenica prossima, cui vi invitiamo vivamente a partecipare se non volete perdere l’occasione – forse l’ultima – di poter dire di essere stati presenti quella volta che la neve cadde sulla platea del nostro Politeama e vi siete ritrovati nel bel mezzo della susseguente tempesta talmente perfetta da farvi serrare occhi e bocca, che la stessa sala fu ricoperta da una fittissima ragnatela prodotta da un animale gigantesco, che qualcuno abbia impertinentemente ed impudentemente camminato sul dorso della vostra poltrona peraltro spruzzandovi addosso dell’acqua, che abbiate potuto danzare sulle melodie di Jorge Ben o di Paolo Conte come se foste nel chiuso della vostra cameretta, che le note dei “Carmina Burana” siano arrivate all’improvviso a sfondarvi orecchie e cuore, che da attempati frequentatori del teatro (e sia detto come assai poco velata autocritica) vi siate ritrovati a contendervi volteggianti enormi palloni con piccoli – e molto meno abituali – spettatori, e infinite altre minuscole gigantesche magnifiche cose che regalano emozioni difficilmente trasferibili sulla troppo fredda pagina telematica.

Ecco, forse il trucco è tutto lì: per accostarsi al mondo di Slava occorre tornare ad essere bambini e lasciarsi catturare dalla straordinarietà di una pièce unica nel suo genere, uno spettacolo strabiliante, assolutamente perfetto, che andrebbe mandato a memoria, filmato e rivisto al rallentatore, fotografato attimo per attimo, che, a nostra memoria, non conosce confronti se non nel magnifico progetto creato dal “Cirque du soleil” o, forse ancor più, in quella costola impazzita dei “Momix” che chiamiamo “Mummenchans”; Slava e la sua fantastica Compagnia ipnotizzano il pubblico che ha avuto l’accondiscendente compiacenza di disarmarsi, disegnando meravigliosi quadri, donando momenti di struggente poesia e di sfrenata allegria, tracciando nella memoria solchi difficilmente risanabili, al punto da rischiare di restare per sempre soggiogati da questo mondo che sembra partorito dai nostri sogni più belli.

Alla fine, non resta altro che dichiararsi prigionieri di un universo che, nel chiuso delle nostre casette, non credevamo nemmeno potesse esistere, ma che, ora, esplode davanti ai nostri occhi in tutta la sua rara bellezza; perché quello che lo “Slava’s Snowshow” propriamente riesce a fare non è portare il circo in teatro – sarebbe troppo semplice – ma, al contrario, trasportare il pubblico dalle impolverate poltrone fin sotto il grande tendone circense, anzi di più, portarlo a zonzo nei campi, nelle piazze, nella strada imbiancata dalla neve, in un viaggio che non può non terminare nelle più inesplorate pieghe della nostra anima, alla riscoperta di un fanciullino spesso dimenticato, così irrimediabilmente sopito da ritenerlo ormai svanito, ma che sa risvegliarsi quando si trova al cospetto dei più puri incantesimi.
Pasquale Attolico
Foto Clarissa Lapolla photography
per gentile concessione della Fondazione Petruzzelli