
Il comunicato stampa dello spettacolo recita: “Quella con la Dalser è una storia emblematica del rapporto di Mussolini con le donne. “Mussolini aveva sviluppato un’ostilità antifemminile che declinò in leggi e divieti. Gli stereotipi di genere imposti come stile di vita nel Ventennio si affermano come modelli difficili a morire, destinati a segnare la storia del Novecento e a influenzare persino gli anni 2000 ”( Mirella Serri – Mussolini ha fatto tanto per le donne! Le radici fasciste del maschilismo italiano, Longanesi, Milano, 2022)”.
Poche righe, un intero trattato.
Si tratta di “Dalser. La Mussolina“, pièce scritta da Angela Dematté, diretta e interpretata da Michela Embrìaco, una coproduzione MultiversoTeatro-Pacta in prima milanese al Pacta Salone per inaugurare la rassegna DonneTeatroDiritti. Pacta Salone dei Teatri ha raccolto l’eredità dello storico CRT, realtà teatrale di ricerca e sperimentazione attiva nella Milano anni’70. Anni gloriosi di fermenti culturali, impegno civile, battaglie ideologiche in vista di una società migliore. Oggi è il primo Teatro della Città Metropolitana con un’offerta a 360° sulla creatività e un’attenzione particolare ad ogni componente sociale. Si rivolge alternativamente ai più piccoli con una programmazione ad hoc (Parapiglia), ai giovani con un programma di Stand up Comedy e contempla una proposta di chiaro teatro d’impegno civile e sociale con la rassegna DonneTeatroDiritti, un progetto teatrale curato da Annig Raimondi e nato nel 2009 oggi gloriosamente alla sedicesima edizione, passando per una serie di laboratori ed eventi; la rassegna, che già solo per il nome scelto andrebbe sostenuto e seguito, ma se non fosse sufficiente, è una fonte di arricchimento personale e sociale che brilla nel panorama cittadino; quest’anno propone 9 spettacoli riuniti sotto il titolo “Se la libertà è in pericolo“. MultiversoTeatro nasce nel 2009, fondato da Michela Embrìaco, attrice, regista, insegnante di teatro e teatroterapeuta. I suoi spettacoli parlano soprattutto del ruolo della donna nella storia e nella società contemporanea. Partecipa all’ideazione dei lavori teatrali anche Pierluigi Cattani Faggion, che si occupa in particolare delle immagini, dei video e della documentazione fotografica.
Qual è il punto di rottura per un essere umano? A che punto ci si rende conto che risalire la corrente è un’impresa troppo faticosa, soprattutto se il mondo che ti circonda, a cui credi e nel quale sei cresciuta ti immobilizza la coda, chiude ogni paratia e prosciuga il torrente? Quando hai il diritto di dire ‘Basta!’? Quando hai il diritto di arrenderti? Se continui ad urlare la verità, se pretendi di veder riconosciuti i tuoi diritti e non ti fermi davanti ad un mondo che non riconosci, davanti ad una società che ha deciso senza di te, contro di te e che pretende di importi cosa e come essere, cosa pensare e credere e ti esorta alla “furbizia del profittatore” piuttosto che alla “luminosità scomoda dell’onesto”, sei un’eroina o una pazza? “Dipende…da che dipende?…Da che punto guardi il mondo tutto dipende” cantava Jarabe De Palo.
Io voto Ida Dalser! Se fosse stata un uomo avremmo parlato di eroe, visionario disposto a lottare per ciò in cui crede, rivoluzionario con elmo e corazza scintillanti. Invece, dipende, appunto.
Ida Dalser è una donna libera in una società patriarcale e maschilista dove il veleno degli stereotipi di genere si è insinuato anche in molte delle sue figlie. Lei è una guerriera e prova a lottare contro la società che l’ha generata; Spezza alcune catene, ha successo, è intraprendente, indipendente e autosufficiente, ma nel suo intimo è una donna di fine ‘800 (nasce nel 1880) e le lotte femministe per quanto vive intorno a lei sono ancora agli albori. Manca il lessico, manca la consapevolezza razionalizzata. Il suo sogno rimane l’amore, la famiglia, riconoscersi in un “per chi” e non le basta solo in un “perchè”.
Ida / Michela Embrìaco riassume tutto questo mondo nei movimenti studiati ed armoniosi, nelle parole scelte ognuna per il proprio peso, suggerendo una realtà allucinata non dalla pazzia, ma dalla delusione, dalla sconfitta, dal crollo del proprio universo. Perché Ida crede in quell’amore, perché l’umiliazione e la consapevolezza di essere stata usata e sfruttata è insopportabile . Il prezzo è la sua vita? Bene, lo pagherà. Ciò che certamente non aveva preso in considerazione, perché non aveva voluto vedere la meschinità e la vigliaccheria del “suo” uomo, era che nello scontro avrebbe pagato anche suo figlio.
Mussolini non si fermò nemmeno davanti al suo primo figlio maschio. Anche lui finirà in manicomio, il posto più gettonato per fare sparire i propri peccati e morirà per un’overdose di insulina. E non l’aveva certo presa da solo! La strada per la consapevolezza è stretta e tortuosa ci suggerisce Ida. Ha tanti tornanti e alcune vie cieche. Tutte noi l’abbiamo percorsa almeno una volta. Per questo, non sono stupita che non riesca ad ammettere nemmeno con se stessa che l’uomo che ha amato e a cui ha dedicato tutto il suo mondo non è mai esistito. Ho un moto di triste solidarietà femminile quando mi rendo conto che ha deciso il proprio destino e piuttosto di riprendere in mano la sua vita così come aveva già fatto una volta, Ida – Michela decide di pagare il prezzo più alto. Meglio il manicomio, la pazzia, la morte civile e fisica piuttosto che rinunciare a ciò che crede le spetti di diritto, a ciò che dà un senso alla sua esistenza. Si può fuggire dalle sbarre di un manicomio, ma non dalle sbarre culturali con le quali è impastata la propria anima. Ida è figlia del suo tempo eppure una sensazione di disagio la sento pensando all’oggi.
Potere catartico del teatro. Michela Embrìaco ha dato un volto ed una voce ad una martire, creata da quella stessa società che poi l’ha eliminata come uno scarto inutile e fastidioso. E’ stata una guerriera. Ha lottato, ha perso, onore a lei! Ida Dalser è una sorella per tutte noi, cammina in mezzo a noi poiché è dentro di noi. Dobbiamo imparare ogni giorno ad imitarla e allo stesso tempo a combatterla. Esaltando le luci e tenendo a bada le ombre dell’essere donna.
Lo spettacolo è un pugno allo stomaco. La scenografia scarna ed essenziale suggerisce al tempo stesso la cella del manicomio e il bosco, ultimo testimone muto attraverso il quale Dalser fugge. Per salvarsi? Per sparire e ricominciare? No, per tornare dal “suo uomo” e lasciarsi sommergere. Il bosco evocato dalla moltitudine di microfoni montati sulle lunghe aste accoglie la sua ultima battaglia, quella con la realtà. Scarni come la brutale verità, gli attimi di assoluta lucidità sono incastonati come cammei dalla Embrìaco, sottolineati da sapienti cambi di luce. La luce. La coprotagonista. A lei è affidata la parte non detta, il momento di riflessione più intimo e doloroso. Impietosa la verità, a volte troppo dolorosa e allora qualcosa si spezza e si lasciano gli ormeggi per vagare in mare aperto. Attimi di assoluta paura quando alzi lo sguardo nel tuo intimo specchio e ciò che capisci di dover accettare è troppo. Meglio una menzogna, meglio una “veritiera” menzogna. Meglio una realtà nuova, una favola triste, ma pur sempre una favola. E, se la ripeti ancora e ancora, forse un giorno arriverai anche a crederci.
La vita e la morte di Ida Dalser, la prima moglie di Benito Mussolini, racconta tante storie diverse, ma una in particolare suona come un’accusa senza redenzione: il rapporto di Mussolini con le donne (definite in perfetto stile futurista “orinatoio dell’uomo”) e il tipo di società che aveva in animo. Nessuno può uscire uguale a come è entrato in teatro questa sera. Se non hai capito, sei in malafede e non hai alibi.
Manuela Composti
Foto di Pierluigi Cattani Faggion
Si molto bella e sentita la recensione.Da.brividi