
Rumba – L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato è la terza parte della trilogia composta da Laika (2015) e Pueblo (2017) in cui i due personaggi in scena sono sempre gli stessi (Ascanio Celestini racconta e Gianluca Casadei suona) che vivono in un condominio di una qualche periferia raccontando in scena quello che gli succede.
È la vigilia di Natale e i due protagonisti sono nel parcheggio di un supermercato, chiuso ovviamente, che aspettano il pullman dei pellegrini che – Celestini ne è sicuro – arriveranno a parcheggiare per andare a vedere la natività. Sarà quando saranno scesi dal comodo autobus granturismo che Celestini racconterà loro la storia di Francesco e la storia dei poveri cristi che abitano quella periferia desolata mentre Casadei continua a dire “andiamo a casa, non verrà nessuno, andiamo a mangiare un piatto di lenticchie”.
In effetti, i pellegrini non arriveranno nel parcheggio desolato del supermercato di periferia ma in compenso nel teatro Valentino di Castellaneta il 6 marzo c’erano pochissimi posti vuoti e tutti eravamo lì, ad ascoltare la storia del santo che si spogliò delle ricchezze e dei poveri che ricchi non sono stati mai ma che invece sono barboni annebbiati dalla sambuca, operai analfabeti morti nel bagno di un capannone o ancora facchini arrivati in città con la voglia di riscatto sociale e rimasti orfani di figli morti troppo presto. Oppure sono zingari che non mandano i figli a scuola, o figli di zingari che non sono andati a scuola e restano per una vita a fumare vicino al fontanino vicino alla scuola.
Celestini è un grande narratore, va detto come prima cosa. Eppure non è stato facile seguire fino alla fine questo spettacolo di 110 minuti in cui la storia del poverello d’Assisi si intreccia con le storie dei poveri che incrociamo in tutte le periferie di tutte le città d’Italia e di tutte le cittadine di provincia: così come il titolo di questa recita, anche la messa in scena è stata lunga e difficile da seguire, e se in principio la storia di Francesco, dei suoi e del contesto storico in cui sono vissuti è riuscita ad affabularmi, man mano che la recita andava avanti un senso di allontanamento portava la mia attenzione altrove e dovevo far ricorso all’onore del patto narrativo che ogni spettatore firma sedendosi in poltrona, per tornare a seguire il filo del discorso.
È stato un vero peccato che il talento di Ascanio Celestini si sia perso nei tanti rivoli del monologo: se il racconto della vita di Francesco è stato avvincente e divertente e poetico grazie anche alle belle immagini di Franco Biagioni sullo sfondo; se la storia di Giobbe, magazziniere paziente che riesce con grande sforzo a leggere la parola “T O I L E T T E” e che proprio in una toilette, anzi nel cesso del magazzino in cui lavora, morirà, mentre i colleghi aspettano il loro turno al di là della porta, la storia di Joseph, partito dall’Africa, fatto prigioniero in Libia, arrivato in Italia per mangiare gli spaghetti come gli italiani veri e finito a bere sambuca dietro un cassonetto già sembra di conoscerla, la storia del facchino che odia i rom perché la malattia gli ha portato via un figlio, mentre i rom i bambini ce li hanno e non li mandano a scuola ma a rubare, è arrivata come una scena già vista tante volte, purtroppo, ma non da un punto di vista inedito.
Resta però un’introduzione che per me vale tutto lo spettacolo: “Quante sono le stelle nel cielo? Così tante che non si possono contare. Quante sono le stelle nel cielo? Comincia a contarle. Una, due, tre. Arrivi a cento, centocinquanta. Poi perdi il conto. Non si possono contare perché sono tante e stanno tutte sparpagliate. Quante sono le stelle nel cielo? Così tante che non si possono contare. E poi ci sono quelle che non riesci a vedere. Quelle non le puoi contare. Per quelle ci vuole il cannocchiale. Allora le stelle nel cielo sono ancora di più. Così tante che non si possono contare e neanche vedere tutte quante”. Poesia, delicatezza, dolcezza e leggerezza in cinque righe. La me bambina ha le coperte rimboccate e aspetta che Ascanio Celestini le racconti la storia delle storie.
Simona Irene Simone