
“Guarda questa falsa modestia, quest’aria di ipocrita dolcezza: è l’amore la causa di tutte le mie colpe. Fatalità della passione: non ne conosci la forza? Com’è possibile che il tuo sangue con il quale mi hai rigenerato non abbia sentito gli stessi ardori. L’amore verso di te mi ha reso testardo, geloso, forse stronzo, ma compiacente ai capricci di un’amante incantevole. Questi sono i miei delitti: a voi la sentenza.” (Antoine François Prévost)

“Manon Lescaut” è senza alcun dubbio l’Opera che non solo ha rilevato al mondo il genio di Giacomo Puccini, ma ha anche indicato e tracciato la strada che il Maestro avrebbe percorso in futuro, mutando, se non stravolgendo, i canoni della musica di quei tempi, anzi, di tutti i tempi; infatti, pur essendo il suo terzo lavoro in ordine cronologico dopo “Le Villi” ed “Edgar”, Manon è universalmente considerata la sua prima partitura operistica completamente matura e personale.

Ispirata, come del resto l’antecedente “Manon” di Jules Massenet, al romanzo dell’abate Antoine François Prévost “Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut”, la composizione ebbe una gestazione travagliata che ufficialmente andò dal 1889 al 1892 ma che, in realtà, impegnò Puccini a più riprese dal trionfale debutto, alla sua presenza, il 1° febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino, fino a poco prima della sua morte, con continue modifiche, che costrinsero Casa Ricordi a pubblicarne ben otto diverse edizioni, tanto della storia, eliminando, ad esempio, un intero atto, vale a dire quello del nido d’amore degli innamorati, che si trovava tra gli attuali primo e secondo, quanto della partitura stessa, circostanza che ha anche determinato la lenta e progressiva rimozione dei tanti autori che si occuparono della tormentata stesura del libretto, da Marco Praga a Domenico Oliva a Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, fino a Ruggero Leoncavallo ed allo stesso Giulio Ricordi, cosicché Puccini viene ormai accreditato come l’unico autore di un’opera fortemente ispirata, considerata da sempre, non solo sul piano della drammaturgia ma anche, come detto, in campo musicale, trasgressiva, selvaggia, provocatoria ed impareggiabile, con infinite soluzioni melodiche che sono state fonte di ispirazione negli anni a venire, talvolta anche in modo più che sfacciato.

Infatti, chi può dire, ad esempio, di non riconoscere l’Andante lento espressivo del primo Atto, quello dell’incontro tra De Grieux e Manon, poi ripreso nell’aria “Donna non vidi mai”, nel Tema che il Maestro Ennio Morricone creò per l’irraggiungibile capolavoro cinematografico di Sergio Leone “C’era una volta in America”? E se in quel caso il richiamo è solo accennato, crediamo invece non vi sia ascoltatore al mondo che, saltando sulla sua poltrona, non sovrapponga immediatamente lo splendido Intermezzo dell’Opera al Tema di “Star wars” composto da John Williams.

L’allestimento scenico del Festival Puccini di Torre del Lago, in coproduzione con Fondazione Teatro Regio di Parma, Teatro Nazionale dell’Opera di Bucarest e Fondazione Teatro Petruzzelli, inserito in qualità di secondo titolo nell’annuale cartellone della “Stagione d’Opera e di Balletto” del Politeama barese, era molto atteso, soprattutto per la presenza degli splendidi costumi ispirati al film ‘Marie Antoinette’ di Sofia Coppola realizzati, unitamente alle scene, da Massimo Pizzi Gasparon, mentre il disegno luci veniva affidato ad Andrea Borelli; ebbene, le aspettative non sono state tradite: il maxischermo che occupava l’intero fondale regalava imperiosità a tutta la messa in scena e la copia del Ratto di Proserpina del Bernini posta al centro della scena ne dichiarava preliminarmente gli intenti e la direzione, o forse dovremmo dire la rotta data la maestosità del veliero che, sempre su schermo, accoglierà i due amanti fedifraghi. E poi gli abiti: magnifici, luminosi, sfavillanti, coloratissimi (forse talvolta anche troppo), talmente incantevoli, accurati ed eleganti da strappare al loro apparire un verso di meraviglia all’intera platea del Petruzzelli.

Forse perché abbagliati da cotanta bellezza, non ci riusciva però, nonostante i continui ed insistenti tentativi, di scorgere e nemmeno di intravedere un’idea di regia, affidata allo stesso Pizzi Gasparon, al punto che gli stessi interpreti sembravano catapultati sul palco all’ultimo minuto, armati della loro sola acquisita esperienza e professionalità. Le – poche – scelte operate dal regista, poi, per lo più non ci trovavano in accordo; glissando sui cambi di scena a sipario aperto, che davano immotivata lentezza, se non pesantezza, alla rappresentazione cui poi nemmeno l’arte del maestro d’armi Renzo Musumeci Greco riusciva a porre rimedio, non ci ha catturato la trovata di trasformare l’appartamento parigino del tradito Geronte di Ravoir in una alcova con tanto di gigantesco letto posto al centro della scena ed alla base del suddetto Ratto del Bernini che, però, ora volgeva le spalle – per non dire di altre parti anatomiche – alla coppia infedele.

Ma se quest’ultima lettura del secondo atto dell’Opera poteva infine risultarci gradevolmente ilare se vista in un’ottica ironica, assolutamente incomprensibile, se non infelice, appariva il differimento del magnifico Intermezzo, di cui si è appena detto, dall’intervallo tra il secondo e il terzo atto a quello tra il terzo e l’ultimo, così da farlo risultare non più un’anticipazione dei temi che verranno trattati e della sofferta mutazione – soprattutto strumentale – che l’autore andava operando nella sua creatura, ma, semmai, un inutile riassunto delle puntate precedenti prima del drammatico finale; purtroppo anche la bella coreografia di Gheorghe Iancu, qui ripresa da Letiziana Giuliani e ben eseguita da Diletta Filippetto e Sebastian Andersen in qualità di alter ego dei due protagonisti, non riusciva a mitigare il disappunto per la decisione assolutamente azzardata di ricollocazione, operata, forse, proprio nel tentativo di dare risalto alla danza.

Purtroppo di tale generale stato di cose sembrava in parte risentire anche la parte musicale. La direzione di Francesco Cilluffo, pur non sempre riuscendo a fronteggiare le complessità della partitura, conduceva la sempre ottima Orchestra del Teatro Petruzzelli a superare le secche che talvolta ne bloccavano il viaggio, sostenendone soprattutto il piglio drammatico e la ormai inappuntabile coesione, dedicando un pathos tutto particolare per l’atteso Intermezzo. Sempre incisivo e partecipe è apparso il Coro del Teatro, ben allestito da Marco Medved, ottimamente equilibrato anche nei tratti di maggiore difficoltà.

Il cast della Prima trovava una straordinaria protagonista nella Manon Lescaut di Marigona Qerkezi, che, pur nelle evidenti richiamate carenze registiche, era capace di un’interpretazione che risultava ottima tanto nei momenti più frivoli quanto in quell’ultimo drammatico atto che fa tremare i polsi ad ogni voce femminile; la Qerkezi ne usciva, invece, sempre vincitrice, dimostrandosi dotata di un timbro, un fraseggio, un’espressività e, soprattutto, una potenza vocale davvero invidiabili.

Non la stessa lusinghiera analisi possiamo tributare a Denis Pivnitskyi che pure avrebbe avuto il richiesto physique du rôle per essere un perfetto Renato Des Grieux, ma si è imbattuto in una serata per lo più da dimenticare, vittima di una prestazione vocale più che titubante in cui persino la dizione sembrava abbandonarlo.

Senza dubbio meglio il Lescaut di Biagio Pizzuti, il Geronte di Ravoir di Andrea Concetti e, soprattutto, l’Edmondo di Paolo Antognetti. Completavano degnamente l’ensemble Saverio Pugliese (Un lampionaio, Il maestro di ballo), Loriana Castellano (Un musico), Tiziano Rosati (Un oste), Domenico Apollonio (Sergente degli Arceri), Antonio Muserra (Comandante di Marina).
Pasquale Attolico
Foto di Clarissa Lapolla photography
per gentile concessione della Fondazione Petruzzelli