
“I popoli non dovrebbero avere paura dei propri governi, ma sono i governi che devono aver paura dei propri popoli. Quando il popolo teme il governo c’è tirannia. Quando il governo teme il popolo c’è democrazia.” (Thomas Jefferson)
“Un tempo chi governava alzava la spada per difendere il proprio popolo. Oggi il popolo alzerebbe volentieri la spada contro chi lo governa.” (Giacomo Pederbelli)
“Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo Stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.” (Fabrizio De André)
“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione!” diceva uno dei mitici personaggi di quel capolavoro incontrastato della cinematografia mondiale che è “Amici miei”. Dunque, se sei un povero ex infermiere che si è dimesso per raggiungere finalmente l’agognata pensione che gli viene poi negata per una delle maledette quanto incomprensibili riforme volute dal Ministro del Lavoro, e quello stesso Ministro ti passa accanto (e, credetemi, la circostanza non è poi così assurda ed inattuabile) e ti rovina addosso, come un pacco regalo caduto dal cielo, ruzzolando dalla bicicletta per colpa di repentina fuga del suo cane, e nei paraggi non c’è l’ombra di un uomo della scorta che sia uno, come puoi non lasciarti andare all’invito del magnifico film del divino Mario Monicelli e pensare di vendicare tutto il tuo Paese con uno dei più audaci rapimenti che la Storia italiana possa ricordare?

È questo l’incipit di “L’ho fatto per il mio Paese”, la commedia scritta e messa in scena una decina di anni fa da Francesco Freyrie, Andrea Zalone (entrambi autori di Maurizio Crozza, che ha trovato nel secondo la sua spalla ideale) ed Antonio Cornacchione, oggi ripresa dall’Associazione culturale Like a Jazz per la regia di Lisa Angelillo, che l’ha interpretata assieme a Carlo D’Ursi per ben tre repliche che hanno regalato altrettanti sold out al Teatro Van Westerhout di Mola di Bari.
Nella mente degli autori, però, Benedetto, il protagonista della storia, non ha i canoni del genio né dell’affiliato alla Lotta armata, bensì dell’innato imbranato, se non sfigato, pieno di sogni e speranze, esodato, fallito finanche come pensionato, che di secondo lavoro fa il fotografo nei matrimoni, senza i soldi per pagare l’affitto e, pertanto, costretto a sopportare, oltre alla burbera moglie, l’asfissiante presenza dell’arcigna suocera; così, quando porta la rapita, l’onorevole Eleonora Burgi Campani, commercialista affermata, ricchissima e da sempre abituata al jet set, nel garage di un capannone commetterà una serie di sbagli inenarrabili ed imperdonabili, tra cui il più tremendo sarà scoprirne la – seppur lontana – umanità lasciando che ne nasca una sinergia (o un’amicizia?) che lo farà tornare sui suoi passi e rinunciare (forse!) alle sue aspirazioni di vendetta.

La penna di Freyrie, Zalone e Cornacchione, precorrendo i tempi e quasi profetizzando quello che oggi stiamo vivendo (magnifica in tal senso appare la battuta “Vedete come siete voi italiani?!”), appare particolarmente felice nel fotografare i personaggi descritti, cogliendone, fosse anche solo in un attimo fuggente, anche ogni malinconia, ogni scissione interiore, ogni soffocato anelito alla distinzione, ogni desiderio di rivolta, di affermazione o solo di pace che, infine, verrà miserevolmente frenato, accantonato, tradito; scegliendo di affidarsi alla sagacia e all’ironia sino a giungere alla più pungente satira, qualità che sprizzano da ogni poro del copione, gli autori abbandonano immediatamente l’idea di far sortire dalla fredda carta eroi, protagonisti, figure che fossero emblematiche e rappresentative, portatori di istanze particolari o testimoni del loro tempo (alla fine nemmeno Benedetto sarà l’atteso paladino dei diritti di milioni di persone e salvatore della Patria, ma soltanto un piccolo Masaniello che vuole ottenere la pensione per realizzare il suo sogno di fuga lontano dall’Italia e con la giovane amante), bensì sembrano più interessati a creare, semmai, delle ipotesi, formule, concetti, idee di un’umanità di anonimi, affamati di una unicità cui non possono ambire, essendone da troppo tempo a digiuno, ed in cui il pubblico potesse identificare i nostri amministratori ma anche a sua volta identificarsi, e che, comunque, producessero nello spettatore, dopo le innumerevoli risate, un palpabile stato di perturbamento che non lasciasse indifferenti e che obbligasse ognuno ad una inedita – e talvolta indesiderata – personalissima indagine conoscitiva.

In tale ottica, lo scambio dialogico diviene necessario ad inquadrare un incessante bisogno relazionale che entrambi i personaggi dimostrano di voler far emergere; per riportare sulla scena questa urgenza dicotomica, la regia di Lisa Angelillo, ben supportata dalle accattivanti musiche originali di Paolo Daniele e dal lineare disegno luci di Gianni Abbatepaolo, utilizza espedienti che tendono ad amplificare la forza delle proposizioni dei duellanti dialettici, come il relegarli inizialmente in una solitudine fisica e spaziale, in un ristretto spazio ritmico, con pochi e ripetuti gesti scenografici semplici e concreti che si scioglieranno definitivamente e finalmente nel ‘solito’ convivio, ma anche e soprattutto a non dare alcun punto di riferimento inequivocabile, alcuna possibilità di soluzione della vicenda, con un continuo capovolgimento di situazioni che, oltre a strappare davvero tante risate, si lancia in un vortice perenne che conquista il pubblico che, infine, potrà sceglierne come – e se – venirne fuori, optando telematicamente per uno dei tre finali previsti. Così la regista sembra voler superare la rappresentazione, forse ritenendo più importante la traccia che i personaggi possano lasciare nell’animo degli spettatori dei personaggi stessi; così, infatti, se, quando il sipario si alza, la protagonista è dormiente (con tanto di mascherina oscurante) si può anche ben supporre che tutto quello che vedremo sia dovuto solo alla fantasia della Ministra, lettura che porterebbe l’emersione di un inconscio che si riconosce colpevole alla sua massima rappresentazione, creata dall’estrinsecazione del conflitto intrinseco di un solo personaggio.

Il resto, tutto il resto, della riuscitissima operazione si deve – ça va sans dire – ai due eccezionali protagonisti di una pièce difficilissima da interpretare, un meccanismo perfetto, una bomba ad orologeria che i due riescono magistralmente a passarsi di mano in mano sino a farla – metaforicamente – esplodere in platea; dotati di un affiatamento artistico invidiabile e davvero fuori dal comune, D’Ursi e Angelillo, dopo aver messo in scena “La Signora e il Funzionario” di Aldo Nicolaj, tornano straordinariamente sul luogo del delitto di un teatro che non è solo riso (anche se qui ce n’è davvero tanto), ma è anche Politica – in più punti ‘non corretta’ – ed Impegno civile nella loro accezione più alta, in cui trovano posto anche le illimitate sfaccettature psicologiche dei personaggi da cui si e ci lasciano attraversare, avvincere, ricoprire, attanagliare, vittime di una forza invisibile eppur incessante, quasi fossero condannati a ripetere – e ripetersi – in eterno i loro insondabili quesiti, che poi sono gli stessi di gran parte – se non tutto – del pubblico. Lacerato il telo del sipario e squarciato il velo ipocrita che divide e distingue il palco dalla platea, Angelillo e D’Ursi sono così bravi da superare con nonchalance anche talune parti datate (come i richiami all’era delle BR e all’attentato di cui fu vittima Papa Giovanni Paolo II) di un testo ricco di precisi dettagli anche nei tecnicismi previdenziali e normativi, riuscendo a far progressivamente dimenticare il “lavoro” dell’attore, il trucco, l’artificio, lo stratagemma, sino a che il pubblico non è davvero convinto che quelli che si agitano sul palco sono i veri protagonisti della vicenda (la Angelillo è divina nell’inventarsi anche una ‘erre moscia’ forse per accostare il suo personaggio ad una attuale ministra vicina – a suo solo dire – ad una opulenta ‘santità’), o, molto più credibilmente, siamo noi stessi, un tempo spettatori inermi di un teatro per manichini ed oggi assunti agli onori del palcoscenico, con tutte le nostre giornaliere inevase domande; forse per questo, al termine, siamo stati conquistati dal finale rivoluzionario, quello che consente alla popolazione di venire a conoscenza di tutte le malefatte di coloro che la governano, provando anche noi, grazie agli artisti impegnati, per un attimo sulla nostra stessa pelle il brivido di un gesto liberatorio ed anarchico che ci faccia finalmente comprendere che gli imperatori e le imperatrici sono nudi.
Pasquale Attolico
Foto di Sabino Guardavaccaro
dalla pagina Facebook dell’Associazione