
Si ha un bel dire della gravidanza per altri, come fosse un frutto dei capricci delle coppie ricche contemporanee. Dimentichiamo quanto negli anni il valore delle coppie, e all’interno di esse, quello delle donne, sia sempre stato commisurato alla convenienza dei matrimoni e alla fecondità degli stessi. Per creare prole, sì, nei ceti meno abbienti, ma nelle famiglie più importanti e facoltose, i matrimoni cementavano alleanze d’affari e di dominio, accumulavano patrimoni, assicuravano continuità alle dinastie. E più in vista erano le famiglie, più spregiudicati i mezzi che giustificassero tali fini.
Non a caso, proprio nel racconto machiavellico, grande risalto è dato alla figura di Lucrezia Borgia. Nata figlia illegittima di un Papa, quindi già con un carico pesantissimo in culla, Borgia, con tre mariti, otto figli e sedici gravidanze, una storia pervasa da miasmi di incesto, avidità e spietatezza, sta ricevendo una parziale riabilitazione nel racconto della sua vita, le cui gesta diventano via via più luminose, man mano che il suo vissuto viene contestualizzato e nuove scoperte vengono fatte, ad esempio sul suo periodo ferrarese.
Senza pretesa di compendio, ma con un poderoso lavoro di ricerca e scrittura, si pone lo spettacolo “Insight Lucrezia” di Antonella Cilento, con Nunzia Antonino nei panni di Borgia, la regia di Carlo Bruni, e le composizioni originali di Gianvincenzo Cresta. Lo spettacolo rientra nel programma del Festival “Le Sirene di Marzo”, una settimana di incontri e riflessioni organizzato da L’Amoroso, sostenuto da ARET Pugliapromozione, in collaborazione con il Comune di Mola di Bari e Libera Accademia Cultura & Natura.

Sul palco, anche Adriana Gallo, nei panni di una servetta e l’Ensemble Orfeo Futuro, composto da Luciana Elizondo alla viola da gamba e canto, Giovanni Rota al violino, Pino Petrella al liuto/tiorba, e Gioacchino De Padova, che dirige, alla viola da gamba. Strumenti che stanno vivendo un nuovo Rinascimento si combinano a pattern di elettronica che interagiscono con Lucrezia sul palco. Il racconto del suo vissuto si dipana attorno alle danze, ai doni, al fastoso banchetto, alle relazioni politiche e famigliari (spesso coincidenti) che ruotano attorno al nodo focale del suo terzo matrimonio, quello con Alfonso D’Este. La musica non svolge un ruolo di semplice accompagnatrice, ma talora diventa una presenza così forte sul palco che la stessa Lucrezia, sopraffatta dal male di vivere che per forza di cose spesso ha incontrato, per dirla come la direbbe Montale, implora di smettere, patendo l’obbligo performativo in uno con i musicisti. La servetta è lì, infatti, per evocare la libertà dalle vesti fastose, dall’età, dall’obbligo di farsi fattrice per dare eredi, dalle convenzioni sociali, una figura a metà tra l’ossequioso e il beffardo. Gli eredi, già. Simboleggiati da cuscini, morti, vivi, poco importi tu se devi dare una discendenza alla ragion di Stato, verso la prossima pubblica relazione da coltivare.
Nunzia Antonino trasfigura il corpo e l’espressione con una sorprendente mimica facciale, ora verso la civettuola giovinezza, ora verso una complicità matrimoniale, ora verso il dolore e un tempo terreno che sta per concludersi. E gli arti, ora si irrigidiscono sul trono come fossero di bambola, ora danzano, ora si accovacciano per partorire, ora si offrono, corpo politico malgrado tutto, alla Storia.
E più su, un utero, non lo vediamo ma ne ascoltiamo le ragioni sopite, un’ossessione che si fa opprimente, sulle donne, colpite da un’apparente disattenzione sulle loro vite, che resta tale fintanto che esse plasmano i propri desideri a guisa maschile.
E ciò ha riguardato anche Lucrezia Borgia, cui la Storia, raccontata dagli uomini, non ha perdonato la cultura e il carattere, coprendone la benevolenza con cui veniva vista dai ferraresi con un’aura di donna mefitica.
Un tentativo che viene fatto, fateci caso, ogniqualvolta una donna piccona il tetto di cristallo insidiando il potere precostituito.
Beatrice Zippo
Foto dal sito Puglia Culture