Metaversi possibili, tra Covid, Shakespeare e videogiochi: “Grand Theft Hamlet”, il docufilm diretto da Sam Crane e Pinny Grills in esclusiva su Mubi, spinge l’animazione oltre ogni immaginazione

Il Covid, per molte e molti, è stato un periodo tragico, buio, pieno di solitudine, preoccupazioni, perdite affettive ed economiche. Vedere le proprie vite condizionate da un nemico invisibile, infido, mortale, ha lasciato dietro di sé conseguenze che ancora non riusciamo a valutare appieno.

In molti altri casi, il Covid ha imposto un nuovo modo di vedere le cose, ci ha liberate e liberati di cose che non sapevamo non ci servissero, dando alla luce nuove persone da quelle pre-esistenti. Ha stimolato la riflessione, la meditazione, il silenzio, la creatività.

Un florilegio di romanzi, saggi, raccolte, racconti ha invaso librerie, teatri, musei, sale da concerto e cinematografiche.

Ad essere del tutto onesta, moltissime opere si somigliano tra loro, che siano dischi o racconti. Abbiamo sviluppato la convinzione di aver avuto il percorso migliore o peggiore del mondo, quando invece la crisi è uno stato permanente dell’essere.

Ho ravvisato però un docufilm che dal punto di vista creativo è estremamente originale. “Grand Theft Hamlet”, diretto da Sam Crane e Pinny Grills, in esclusiva su Mubi, che ha ricevuto una serie di riconoscimenti in tutto il mondo come miglior documentario indipendente. La storia è quella di Sam e il suo amico Mark Oosterveen, che, rimasti disoccupati per il Covid, giocano al famosissimo videogame “Grand Theft Auto” uno dei più violenti sparatutto mai usciti. Qui, mediante i loro avatar (adorabili i leggings di Pinny, le cui ossa richiamano il famoso teschio), decidono di inscenare un Amleto.

Proprio così, tutta la scena del film è un play within the play, in pieno ossequio al grande drammaturgo di Stratford Upon Avon, girata all’interno di vere sessioni del videogame. Le audizioni, le prove nel Vinewood Bowl, che richiama alla grandissima il Globe Theatre di Southwark, tutta l’umanità che si incontra in GTA, che potrebbe essere tranquillamente quella della Londra degli albori del Diciassettesimo Secolo, la ricerca delle location perfette, specialmente quella per girare il celeberrimo monologo “To be or not to be”. Ti chiedi come hai fatto a non pensarci prima, chi fra noi non ha creato storie con le Barbie o con le sorpresine Kinder, quindi che differenza c’è da un videogioco, ma la risposta è proprio nella recitazione pulita, teatrale, applicata al videogame, a creare freschezza, qualità, a smuovere i neuroni.

L’aggravante è proprio insita nel videogioco, basato sulla costante ipotesi che si possa finire uccisi in una sparatoria, in una scazzottata, lapidati, investiti o colpiti da un elicottero. Gli attori per primi muoiono un sacco di volte. Come ne “La Tempesta”, altro play within the play shakespeariano, si finisce per empatizzare con gli attori, prim’ancora che con i loro ruoli, e ascoltare il Middle English nelle scene di degrado e crimine del videogame glorifica ancora di più la bellezza del testo. Alla fine, nessuno spoiler se gli attori riusciranno a mettere in scena questo benedetto Amleto, “Grand Theft Hamlet” è perfino commovente.

La riprova che Shakespeare, così vicino ai marciapiedi, dov’è vero quel che vedi, come canterebbe Bertè, non muore mai. Non tutto è marcio, nel metaverso.

Beatrice Zippo

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