
Il suono, l’anima, il corpo, le parole: Tango.
La Camerata Musicale Barese ha trascinato sul palco del Teatro Petruzzelli di Bari per la sua 83^ Stagione la bellezza sublime di un racconto rivolto al cuore, vibrante d’emozione, di senso, agito in musica e parole, reso in immagine attraverso la sinuosità della danza. Libertango nella voce di Alessandro Baricco e nella musica di Astor Piazzolla, al suono del clarinetto di Alessandro Carbonare, del pianoforte di Gloria Campaner e del bandoneon di Mario Stefano Pietrodarchi ha voluto omaggiare il tango.

Cominciando da “Oblivion”, del tango Nuevo di Piazzolla per virare sulla tradizione di “Por una Cabeza” e “Volver”di Carlos Gardel, per ritornare a “Sueno Porteno”, alternando il racconto musicale con quello letterario, lasciando che i due momenti si rendessero visibili nei volteggi e negli abbracci ondeggianti di Chiara Benati e Andrea Vighi. Impossibile distinguere gli elementi in una partitura perfetta, che ha voluto raccontare il tango dimostrando che esso è l’espressione intima, vera, passionale dell’animo umano.

La voce narrante di Baricco ha danzato e al contempo diretto le danze, avvicendando con le parole i dialoghi tra la musica e il ballo. Ha raccontato, ora tenendo un tempo di quattro quarti, ora di due, la storia del tango. “Il tempo, come il tango, è misterioso” ha esordito Baricco, a causa del suo ritmo sincretico: africano, fisico, erotico. Proibito. Il tempo del tango inteso come un pensiero triste che balla, con la sua malinconia sognante, che rievoca il passato nel sentimento che ha affiancato ciascun accadimento, e che carezza il pensatore col calore della nostalgia. Il tango che riesce a dare un passato a chi non ce l’ha.

Baricco ci sa fare con le parole, ma soprattutto riesce a usare la parola per mostrare immagini, senza immagini, colpire l’ascoltatore infilandogli nella testa un ritmo, un suono, una musica intera che lo avvince, lo inchioda a fermarsi, ad ascoltare, a capire, a restare sul momento, sul fatto, su un solo eterno, sublime gesto. Ma senza musica. Per questo può raccontare il tango. Per questo era lì.

Quella compagine a cinque dei tre magnifici musicisti e dei due danzatori, ha asservito quella voce di Baricco, i suoi ritmici silenzi, alla loro creatura, fatta allo stesso tempo di sogno e di presente. Il respiro del bandoneon, la cadenza netta e passionale del pianoforte, il filo tessuto dal clarinetto usato dai danzatori per cucire i lembi di questo sipario sul ricordo sono stati per noi, che eravamo lì davanti a guardarli e ad ascoltarli, un incantesimo.

Finché non è arrivato “Il rigore più lungo del mondo”, di Osvaldo Soriano. Immaginate il lento tirare del suono nel mantice di un bandoneon e il suo ritmico, altrettanto lento, ritorno. Al lato del palco Baricco, Campaner al pianoforte che non suona stavolta, come Pietrodarchi che tiene abbracciato il suo bandoneon muto e Carbonare che ha tra le mani il microfono ora e il clarinetto in grembo. Si passano la parola come farebbero con la palla su un campo da calcio, in attesa di giungere al momento di quel rigore. Un racconto corale, un ricordo collettivo, un dipinto a più mani.

Il racconto ci tiene lì fermi, assorti, rapiti.
Il racconto termina e inizia “Libertango”.
Signori, un’esperienza che non si riesce a raccontare.
Alma Tigre
Foto di Clarissa Lapolla photography