
Con mio nonno, capitava di andare allo stadio, per seguire partite di una squadra dilettanti. Lì, mio nonno sentiva la libertà di poter fare cose che a casa non faceva: fumava, diceva parolacce più forti che a casa, specialmente quando un giocatore o l’arbitro sbagliavano.
Quando tornavo a casa e lo raccontavo a mia nonna, lei rispondeva: sono sessant’anni che stiamo insieme, e non lo conosco.
Proprio così. Cosa possono dire, i nostri cari, di noi, quando noi siamo lontani? Quando guidiamo, quando ci relazioniamo con amici, colleghi, quando usiamo i social network. Specularmente, cosa possiamo dire noi di loro? Siamo davvero sicuri delle loro azioni e dei loro comportamenti?
Quando questo pensiero riguarda i ragazzi che vivono in casa con noi, delle creature che crediamo di aver allevato in una determinata maniera, ma su cui l’insicurezza del risultato pesa prima su di noi, che su di loro, può diventare un’ossessione, vorremmo essere delle mosche, per capire cosa succede, quando noi non siamo con loro, quando ci sbattono la porta in faccia, quando usano computer e telefono di nascosto.
Proprio l’idea di una mosca, una mosca molto curiosa e intelligente, risiede dietro la scelta di “Adolescence” una miniserie britannica targata Netflix, diretta da Philip Barantini. La scelta registica di usare un unico piano sequenza per ogni episodio, esalta proprio il desiderio di spiare senza filtri e tagli la vicenda. Jamie, figlio di un idraulico del Doncester, tredicenne, ancora con le lentiggini e le gote rosse da bambino, viene accusato dell’omicidio della coetanea Katie. Le indagini sono coordinate da Bascombe.
Sembra qualcosa di inaudito e terribile, fatta da quello che sulla carta è ancora un bambino, ma il fatto scoperchia tutta una realtà ancora più orrenda, che riguarda i ragazzi, sì, ma anche gli adulti. Innanzitutto, la cultura incel. Crasi delle parole “involuntary celibataire” (celibe involontario), sta ad indicare la radicalizzazione dei ragazzi, specialmente dei più giovani, alla misoginia e al suprematismo maschile, fino a atti di bullismo, cyberbullismo, revenge porn e aggressioni. Ma poi, tutto un ambiente adulto molle e preso a sua volta dai propri demoni, a partire da una scuola che è una bolgia infernale, tra insegnanti dequalificati e genitori permissivi verso i propri rampolli fino a difendere l’indifendibile. Famiglie disintegrate, che proiettano sui propri figli le proprie ansie e le proprie aspettative ad aggravare il carico famigliare, che proteggono i propri equilibri precari anche a costo di negare l’evidenza, tra l’incubo della disoccupazione, le forme tradizionali che irrealisticamente delineavano il confine tra ciò che si può fare e ciò che non si può fare.
Le interpretazioni sono pazzesche, realistiche: proprio i faccini d’angelo dei ragazzi spiazzano la turpitudine dei loro gesti e dei loro pensieri: l’autolesionismo, l’indifferenza verso il male, che oltreché banale è anche giovane, rivittimizzazioni. La serie sembra denunciare un mondo senza speranza, dominato da emoji che deumanizzano le emozioni, a partire dalla pillola rossa, utilizzata proprio come in Matrix, da ragazzi che il capolavoro con Keanu Reeves non l’hanno mai visto.
Non intendo spoilerare se le coscienze finalmente risorgeranno dalla morte della giovanissima Katie.
Quello che emerge, è una fortissima voglia di riprendere a comunicare, a guardarsi negli occhi, a capirsi.
Beatrice Zippo