Le mille forme con cui la guerra si abbatte sui corpi: il toccante racconto dell’inviata Francesca Mannocchi irrompe nella rassegna “Corpi nella tempesta” curata da Nicola Lagioia e ipnotizza il Teatro Kismet di Bari

Un mondo così in guerra non ce lo ricordavamo da tempo. Dall’Ucraina, alle porte d’Europa, al Medioriente, con i palestinesi che vivono l’inaudito rischio della deportazione dopo il tentativo di pulizia etnica ad opera di Israele, che prova ad arrivare all’atto finale, lo sterminio. Non solo, il conflitto nell’area si è allargato alla Siria, al Libano e allo Yemen. Anche il Sudan presenta una situazione di grande instabilità, così come il Sahel e il Corno d’Africa. Il Myanmar, l’Afghanistan e il Pakistan soffrono di gravi tensioni interne.

Questo ovviamente ha effetti molteplici e devastanti sui corpi: li uccide, li mutila, li ferisce, talora permanentemente. Li affatica, li costringe a spostarsi, li fa invecchiare precocemente, interrompe l’infanzia di molti altri, per sempre.

Francesca Mannocchi è una delle voci dalle arene dei conflitti mondiali cui ci siamo affezionate e affezionati di più. Non solo per il coraggio che eredita da generazioni di croniste e cronisti, ma anche per la capacità di raccontare, con lucidità, ma anche con una grandissima capacità di lasciar immedesimare il pubblico nel racconto, fino a sentire gli odori e i rumori di quello che vede e sperimenta.

Mannocchi è la seconda ospite di “Corpi nella tempesta”, la rassegna corale organizzata da Nicola Lagioia al Teatro Kismet di Bari. In dialogo con lo stesso Lagioia, Mannocchi racconta le tappe del suo amore per la cronaca dalle zone di guerra: dai racconti di sua nonna, alle prime esperienze e ai primi mentori. Il tutto, distanziandosi dalla pratica di chi fa il corrispondente di guerra dalle hall dell’albergo “con un Margarita in mano”. Mannocchi svela una verità fondamentale: nel rapportarsi alle popolazioni, immedesimandosi nelle loro situazioni, diventa sempre più sfumato il distinguo tra bene e male, tra buono e cattivo. Raccontare una guerra con gli occhiali dell’Occidente è un errore che ci sta portando con velocità crescente all’autodistruzione.

Solo di fronte al disastro dei disastri, la considerazione non ammette attenuanti o sfumature: Mannocchi mostra un filmato, che io avevo già visto a Propaganda Live, delle strutture a Dubai che accolgono bambine e bambini palestinesi fuggiti dalla striscia di Gaza, con o senza le rispettive famiglie. Corpi piccoli, come quelli delle nostre bambine e dei nostri bambini, lo stesso entusiasmo, davanti a uno scivolo o a una canzoncina in TV. Però, al secondo sguardo si notano le mani amputate, o una piccola sedia a rotelle.

Ecco, di fronte a questo orrore non vi è esperienza che tenga, specie per chi è genitore. Di fronte alla violenza sul corpo di una bambina o di un bambino, le armi dovrebbero tacere per sempre. Fino a quando questo non sarà possibile, non potremo definirci una specie intelligente.

Beatrice Zippo

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