
“Punto d’oro”, “E’ un punto guadagnato”, “Oro colato”, “E’ andata bene”, “Meno male”, “Punto pesante”, “Un punto messo in cassaforte”, “E’ andata meglio del previsto”, “Alla fine ci è andata bene”. Questi i titoli che, puntualmente, accompagnano le cronache delle partite del Bari ogni volta che si chiude con un pareggio. Ma fino a quando si può continuare così? Lasciamo stare le vittorie che, ormai, sono ridotte ad un lumicino a petrolio e arrivano una tantum, ma è mai possibile che un pareggio non possa mai essere semplicemente meritato, frutto di una prestazione solida e convincente? No, sempre pareggio sofferto, fortunato, ottenuto più per le inefficienze altrui che per meriti propri.
E anche domenica il solito copione: la gara contro la Sampdoria ha raccontato di un Bari timido, contratto, salvato più dall’incapacità dei blucerchiati di chiudere la partita che dalla propria iniziativa. Due legni colpiti, almeno tre nitide occasioni sciupate dai liguri e un Bari che, se non fosse per qualche timida incursione, sarebbe stato pressoché assente dalla trequarti offensiva. La Sampdoria ha dimostrato una superiorità evidente in tutti i reparti: qualità, intensità, atteggiamento e determinazione. Eppure, come spesso accade, il Bari sembra avere il singolare talento di far sembrare le squadre in difficoltà come compagini di ben altra categoria. Bastava un Cittadella, una Reggiana, persino una Carrarese per spegnere il furore doriano e ridimensionarne il gioco. Ma contro il Bari, tutto appare più facile per le avversarie.
Se vogliamo guardare il bicchiere mezzo pieno, il pareggio è tutto sommato giusto: il Bari ha mostrato poco, ma la Sampdoria ha sprecato molto. E come insegna il calcio, sport in cui si riverbera la filosofia dell’imperfezione umana, chi sbaglia paga. La squadra di Semplici ha mancato l’appuntamento con il gol più volte e alla fine ne ha pagato il prezzo, non per meriti biancorossi, ma per propri demeriti. E così, anche stavolta, ci si ritrova a parlare di una delle partite più brutte della stagione.
La situazione in classifica non è ancora compromessa, ma neanche rassicurante. Il Bari condivide l’ottavo posto con il Palermo, ma per lo scontro diretto favorevole ai rosanero è attualmente fuori dai playoff. Intanto le squadre dietro iniziano a farsi minacciose, con il fiato sul collo e la sensazione che l’inerzia non stia dalla parte dei biancorossi.
Le attenuanti, ovviamente, esistono. Tra giocatori fuori condizione e l’eroismo di Simic, sceso in campo stringendo i denti, la squadra non era certamente al meglio. Ma ci si può davvero aggrappare solo a questo per spiegare prestazioni così deludenti?
Nel contesto di amicizia tra le tifoserie, il pareggio è un risultato che accontenta entrambe le parti. Ma il problema non è il singolo punto: è la sensazione di un Bari che continua a giocare più per evitare di perdere che per provare a vincere. Il primo tempo è stato l’ennesima dimostrazione di una squadra troppo remissiva, troppo passiva, troppo spaventata. Solo nella ripresa c’è stata una parvenza di reazione, durata dieci-quindici minuti, non di più, ma più per necessità che per reale convinzione. Il pari è stato cercato e ottenuto, ma nel momento in cui bisognava osare di più, si è preferito non rischiare. E, come insegna Seneca, “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili”.
Le scelte di Longo riflettono chiaramente questa mentalità: l’undici iniziale con Bellomo e Bonfanti ha dato subito l’impressione di voler contenere più che creare. L’esclusione di Falletti e Pereiro conferma che la gerarchia tecnica è ormai definita, ma lascia dubbi su una gestione che sembra più attenta a evitare problemi che a creare opportunità. Anche il cambio di Novakovich preferito a Favilli ha sollevato più di una perplessità.
Bisogna essere onesti: con una difesa ridotta ai minimi termini e con diversi elementi chiave che non stanno rendendo come dovrebbero, forse questo Bari non può fare molto di più. Meglio prenderne atto, accettando ogni punto come un piccolo passo avanti, ma ridimensionando le ambizioni di inizio stagione.
Il pubblico, però, non può essere soddisfatto. Perché la sensazione è che, ancora una volta, si sia scelto di accontentarsi. E il vero problema è tutto qui: se l’obiettivo è davvero crescere, prima o poi bisognerà iniziare a rischiare. Senza il coraggio di mettersi in gioco, di provare a vincere anche nelle difficoltà, il sogno playoff rischia di restare solo un’illusione. Come scriveva Machiavelli, “Dove manca prudenza, manca la fortuna”. E questo Bari sembra avere poca fortuna proprio perché gli manca il coraggio di andare oltre i propri limiti.
Il pareggio con la Sampdoria lascia molti interrogativi: il Bari è una squadra in crescita o in stallo? La sua ambizione è reale o solo apparente? Con poche giornate al termine, non c’è più spazio per grandi rivoluzioni atletiche, ma l’atteggiamento può e deve cambiare. Longo insiste nel dire che l’obiettivo primario è la salvezza, ma allora bisogna essere chiari con tifosi e ambiente: questo progetto ha davvero prospettive di crescita oppure si tratta solo di una lunga, irritante attesa in vista della fine della multiproprietà?
E poi ci sono le incognite extra-campo: la prossima sfida interna con la Salernitana in odor di ennesimo pareggio considerato il benedetto gemellaggio a suon di birraperoni, crudo di mare e focaccia, il match insidioso con il Sassuolo dal quale non si prevede nulla di buono, e i duelli diretti con Catanzaro e Palermo che, con queste armi spuntate in tutto, non lasciano alcuna speranza quando invece potrebbero decidere tutto. Il tempo delle attese e delle giustificazioni sta finendo. “Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”, diceva Gandhi. E il Bari deve decidere cosa vuole essere: una squadra che accetta il pareggio con soddisfazione o una squadra che finalmente inizia a lottare per vincere?
Massimo Longo