
Ormai l’inverno del nostro scontento s’è fatto estate radiosa sotto questo sole di York, e tutte le nuvole che gravavano minacciose sulla nostra casa sono state sepolte nel profondo grembo dell’oceano. Comincia così, con versi leggeri, il Riccardo III di William Shakespeare. Nella traduzione italiana si perde la consonanza tra il termine sole (sun) e figlio (son), ma si coglie facilmente un’atmosfera quasi bucolica, di primavera dello spirito, di pace ritrovata, di ricerca del piacere e del gioco della seduzione.
Ma io, prosegue l’uomo che ha pronunciato queste parole…
La sua voce muta improvvisamente, si scurisce con i toni del risentimento, della rabbia e dell’astio feroce.
Riccardo, duca di York, si rivela in tutta la sua ambiguità, malvagità e cinismo fin dalle prime battute: dichiara il suo odio, confida i suoi piani di vendetta, rivela le sue mire: diventare re, a qualunque costo, eliminando chiunque si frapponga tra lui e il trono di Inghilterra.

Riccardo III è l’ultimo dei quattro lavori teatrali di Shakespeare sulla storia inglese. Scritto all’inizio della sua carriera di drammaturgo, intorno al 1591, per poi essere rappresentato nel 1597, non è un’opera ineccepibile dal punto di vista storico. Secondo la maggior parte degli studi contemporanei, infatti, Riccardo III nel suo breve regno (poco più di due anni) non fu più crudele o ingiusto di altri. E nemmeno così ripugnante e deforme (i suoi resti sono stati rinvenuti nel 2012). Ma il Bardo disegna qui un concentrato di malvagità e sfrenata ambizione, un uomo con una deformità fisica che sporca anche l’anima, spietato durante tutto lo svolgimento della tragedia, e tormentato dai suoi demoni solo verso la fine, quando percepisce la solitudine e il presagio di morte. Enfatizza la sua infamia per aumentare l’effetto drammatico, approfittando anche di una letteratura precedente in cui il sovrano era stato descritto come il più vile farabutto della storia inglese. Del resto l’opera gli era stata commissionata dalla regina Elisabetta I, discendente di quell’Enrico VII che aveva sconfitto Riccardo nella battaglia di Bosworth (1485) e portato la dinastia Tudor sul trono di Inghilterra.

Shakespeare tratteggia quindi una mente perversa, violenta, piena di rancore, pronta ad eliminare chiunque ostacoli la sua ascesa al trono, disposta a mentire, seminare sospetti e calunnie, pronta ad uccidere e a far uccidere. Una mente brutale sì, ma incredibilmente acuta e astuta, capace anche di ammaliare, manipolare, corrompere facendo scientemente leva sulle altrui debolezze, fragilità, ambizioni. Un personaggio che disgusta ma nello stesso tempo in qualche modo seduce, come talvolta accade quando il sottile fascino del cattivo genera una sorta di familiarizzazione. Un uomo che mente a tutti tranne che al pubblico, al quale si rivolge varcando la quarta parete con lampi di ammiccante sincerità, quasi a volerlo complice.

Giuseppe Marini firma la regia di questo spettacolo della Compagnia Diaghilev, in scena al Teatro Piccinni per il cartellone di prosa “Altri mondi” del Comune di Bari e di Puglia Culture, restituendo tutta la complessa ambiguità del personaggio, un archetipo che attraversa la storia e che parla della sconfitta dell’etica, del cinismo del potere, del fine che giustifica ogni mezzo.
Marini pone grande attenzione sul linguaggio, che lui stesso definisce non aulico ma epico, di alto respiro, ben lontano da quel minimalismo deteriore che secondo lui oggi spesso caratterizza le produzioni teatrali. Qui la parola portata, declamata e sottolineata da un gesto scenico solenne, è la vera protagonista in una scena sobria ed estremamente essenziale. È lei che dona solennità, ritmo e tensione a tutta l’opera, ed è accompagnata da un disegno luci attento (Gianni Colapinto), che racconta tutta la cupezza, il travaglio e la drammaticità della vicenda. In scena gli attori vestono anche più di un ruolo, creando talvolta incertezza in quella parte di pubblico che non conosce le vicende della storia ma, al di là di questo, il racconto scorre, avvince e appassiona. I costumi di Pier Paolo Bisleri abbracciano stili ed epoche diversi, alcuni decisamente attuali, altri legati al tempo in cui è ambientata l’opera, quasi a sottolineare la contemporaneità, l’attualità, la perfetta fusione fra tradizione e modernità, la capacità di superare e travalicare il tempo. Anche la musica (Paolo Coletta) accompagna e sottolinea efficacemente l’andamento del racconto.

La malìa e la bramosia del potere seducono oggi come allora, mutano gli uomini (persino nel corpo, sembra dirci la scena finale). La raffinata maestria di Shakespeare è nel catturare il pubblico, in qualche modo manipolandolo proprio come fa Riccardo. Resta lo sdegno e il raccapriccio, la riprovazione, la condanna morale e l’esecrazione dei comportamenti, ma inaspettatamente per qualche attimo quasi si sorride davanti alla complicità che Riccardo, anima corrotta, non affascinante ma seducente (è questa una distinzione importante) sollecita.

Paolo Panaro veste i panni del duca di York come se gli fossero stati cuciti addosso, punto per punto, unendo maestria e naturalezza, toni epici e sussurri confidenziali. Maestro esperto nello sfondare la quarta parete, crea con il pubblico un gioco di sguardi, battute, confidenze, cambiando continuamente ma fluidamente registro.

Convincenti tutti gli attori: Francesco Lamacchia, Roberta Ranieri, Giuseppe Sangiorgi, Andrea Simonetti, Giuseppe Tagarelli. E infine Carla Guido, solenne e ieratica, che anche qui come in altre occasioni (penso alla sua intensa Mary nel Lungo viaggio verso la notte di O’Neill, riproposto in cartellone alla Vallisa e prossimamente in scena) riesce a coniugare la drammaticità del ruolo con una recitazione estremamente composta, e un uso misurato ancorchè estremamente “parlante” del corpo e della voce.
Riccardo III prosegue in Vallisa, nell’ambito della rassegna Teatro Studio 2024/2025, con repliche fino al 3 aprile.
Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia