
Di mamma ce n’è una sola, e ci sono spettacoli tesi a dimostrare che una è anche più che necessaria, anzi, può fare pure danni. Leggende metropolitane come l’amore incondizionato, come il senso materno innato, producono traumi spesso impossibili da cancellare. Lo dice anche Lella Costa, parlando della figura di una madre, che candidamente può affermare “Puoi tranquillamente attribuire a me la colpa del novanta per cento di tutti i tuoi problemi, traumi, frustrazioni e catastrofi.”
Sull’iperbole di quanto i traumi possano avere estreme conseguenze, gioca “Un sabato, con gli amici”, un romanzo di Andrea Camilleri, del 2009. Molto lontano dalla sugosità della scrittura della lunga e fortunata saga di Montalbano, il romanzo assume tinte più fosche, senza perdere gli accenti granguignoleschi di certuni quadretti di famiglia disfunzionale, che in Camilleri sono disvelati da efferati delitti, in “Un sabato, con gli amici” sembrano più subdoli, ma in realtà attendono solo la propria, gigantesca, catarsi. La trasposizione teatrale, con la regia di Marco Grossi, in prima nazionale, fa parte della stagione “Altri mondi” del Teatro Piccinni. La pièce è frutto della collaborazione tra Produzione Malalingua, Alt Academy e Associazione Fondo Andrea Camilleri e si inserisce tra le iniziative per il Centenario della nascita del grande scrittore siciliano, promosso dal Fondo Andrea Camilleri e dal Comitato Nazionale Camilleri 100. Sul palco, Alessandra Montellitti, nipote di Camilleri, Pierluigi Corallo, Fabrizio Lombardo, Silvia Degrandi, Luca Avagliano, Marcella Favilla e Alberto Melone.
Camilleri peraltro è stato regista stabile del Piccinni nei primi anni Sessanta, e la stagione Altri Mondi ha avuto un altro richiamo all’indimenticato Tiresia, da lui interpretato nella famosa Conversazione, un Tiresia con cui Roberto Latini ha provato a misurarsi nell’Edipo Re di Andrea De Rosa.
Andrea e Renata, coppia sposata della borghesia medio-alta, ospitano una cena tra amici con cui dividono pezzi di vita dai tempi dell’Università. Arrivano così Giulia e Fabio, che vivono insieme dal periodo degli studi, e poi Matteo e Anna, ricchi e sprezzanti. Gli equilibri della comitiva apparentemente affiatata vengono disintegrati dall’arrivo di Gianni Brocchi, anch’egli amico dell’Università, fuori dai giri da una decina d’anni, gay e attivista, pronto a buttarsi in politica.
Uno ad uno, con dei fermo immagine durante il procedere della cena, affiorano i traumi infantili, molto più comuni di quanto si pensi: dalle molestie a opera di un parente adulto, all’abbandono da parte del padre, a una sorella scomparsa tragicamente, alla crudeltà verso il gatto di casa.
Di quanto questi episodi ritornino prepotenti nella memoria, nelle scelte di vita e nelle emozioni degli amici, vi è una presenza assoluta nella scenografia: dei Lego perimetrano la terrazza, la parete del bagno è un Forza Quattro, il tavolo è un Allegro Chirurgo, in soggiorno ci si muove con delle luccicanti macchine da scontro, e in cucina si affidano i pensieri, e anche qualche momento bollente, ai sorridenti cavallucci di una giostra. Anche la scelta musicale è affidata all’interpunzione che richiama l’arcade, i videogiochi che rimpiazzarono parzialmente il biliardo tra Anni Ottanta e Novanta.
Il catalizzatore rappresentato da Gianni, pur con qualche bucherello nella sceneggiatura, rivela così relazioni amorose e molto pericolose, dinamiche pressoché endogamiche, dove le perversioni, che discendono direttamente dai traumi infantili, sembrano cementare i legami e le passioni molto meglio dei progetti di vita e degli interessi in comune. Camilleri non si tira indietro rispetto a mettere mano alle dinamiche della pedofilia, della necrofilia, anzi, nel descrivere quest’ultima non ha nulla da invidiare al Cronenberg di Crash.
Perfino di chi è riuscito a canalizzare i propri traumi in modi di fare carriera o di trattare gli altri, non uscirà davvero indenne dall’innocua cena. È il male, l’erotica noia borghese, la vera corrispondenza di amorosi sensi del settetto, ricordando una specie di “Carnage” all’ennesima potenza.
Si esce dal teatro pensando che è un sollievo essere usciti relativamente indenni dall’infanzia, ma chi può dire di non avere dei traumi, nascosti tra una circonvoluzione cerebrale e un giocattolo, pronti a saltare fuori?
Beatrice Zippo
Foto dalla pagina Facebook della Compagnia