Roberto Ottaviano ed Eugenio Macchia con i loro “Mondi Paralleli” conquistano il pubblico di Palazzo Pesce di Mola di Bari

La Sala Etrusca di Palazzo Pesce a Mola di Bari è un luogo ideale per incontrare la bellezza. Già da sola, le decorazioni della sala ti lasciano a bocca aperta. Quando poi iniziamo ad ascoltare due musicisti straordinari, la bellezza è tangibile in ogni suo angolo.

Di scena, nell’ambito della rassegna curata da Margherita Rotondi, il duo composto da Roberto Ottaviano al sax tenore e soprano, ed Eugenio Macchia al pianoforte. Il progetto presentato da Roberto Ottaviano è stato denominato “Parallel worlds”, mettendo a confronto due mondi diversi tra loro, ma che sono cresciuti insieme. Spesso l’idea del jazz è legata alla tradizione afro americana, e spesso sono in molti a non conoscere quella straordinaria letteratura che ha cominciato a prendere piede in Europa sempre più con sistematicità, basandosi su forme tradizionali su reminiscenze musicali che appartengono alla sua tradizione culturale, e che è arrivata a condizionare diversi musicisti americani, alcuni dei quali hanno scelto di trasferirsi oltre oceano,

La scaletta presentata durante il concerto è stata una specie di altalena di brani tra questi due mondi paralalleli, creando suggestioni molto particolari. Di fatto, i brani selezionati (nove in tutto) sono in gran parte di compositori europei, quasi a dimostrare che il ruolo di ‘non’ sottomissione del jazz europeo rispetto a quello americano.

Su Roberto Ottaviano si è detto di tutto. Un musicista barese che ha scelto di restare ben radicato nella nostra città, e nonostante questa scelta coraggiosa, oggi è considerato (non da me, ma dalla stampa specializzata) il miglior musicista italiano. Sono ormai anni che abbiamo modo di ascoltarlo ed ogni volta ha la capacità di stupirci, presentandoci arrangiamenti sempre freschi ed eleganti, regalandoci assoli straordinari, senza tralasciare, per i suoi progetti, una vena compositiva senza pari. Da pochissimo è stato eletto Presidente della Federazione Nazionale “Il Jazz Italiano”,  

Eugenio Macchia, classe 1981, di Gioia del Colle, studia piano classico e in seguito, armonia jazz con George Cables, Kenny Barron e Dave Kikoski a New York. Si diploma in Composizione Jazz con votazione di 110 con lode e menzione d’onore, presso il Conservatorio N.Piccinni di Bari. – Nel Luglio 2010 vince la “Luca Flores Piano Competition” di Firenze e appena due settimane più tardi si aggiudica il premio “International Jimmy Woode Award” come miglior pianista, premiato da Antonio Sanchez e Kurt Rosenwinkel. Nel 2009 registra il suo primo album in trio con Furio Di Castri al contrabbasso (in genere poco propenso al ruolo di sideman) e il batterista Gianlivio Liberti.

Dal vivo suona con alcuni dei più grandi musicisti jazz del momento quali Fabrizio Bosso, Francisco Mela, Jason Marsalis, Dario Deidda, George Colligan, Josh Ginsberg, Ricky Rodriguez, Edmar Castaneda, Furio Di Castri, Gaetano Partipilo, Stefano Bagnoli, Joe Locke. Nel 2011 è tra i finalisti della prestigiosa “Martial Solal Competition” di Parigi che ogni 4 anni seleziona 40 giovani pianisti da tutto il mondo, ma deve rinunciarvi perchè proprio in quei giorni viene invitato ad esibirsi al “Dizzy’s Club Coca Cola” di New York presso il “Jazz at Lincoln Center” per una settimana di concerti negli after hours con il quartetto di Kenny Barron. Nel 2011, ha l’occasione di registrare un disco dal vivo con George Garzone e Antonio Sanchez. Il 6 giugno 2014 è il primo musicista pugliese a vincere il prestigioso “Premio Internazionale Massimo Urbani”. Nel 2020 è stato docente di pianoforte jazz presso il Conservatorio Verdi di Como. 

Come evidente da questo breve excursus, un musicista attivo da più di 15 anni, che si è aggiudicato premi prestigiosi. In molti sono rimasti sorpresi dalla sua tecnica, che è riuscita a catturare l’attenzione di tutto il pubblico. I due musicisti hanno dialogato tra loro, regalandoci tante piccole perle.

Gli autori dei brani selezionati sono tanti, e la scelta non mi è sembrata casuale. Iniziando dal trombettista canadese Kenny Weeler (Angels song), per passare al chitarrista austriaco Wolfang Mutspiel (Father and sun) e continuare con il sassofonista americano (di origini sicilane) Joe Lovano (Viva Caruso), il sassofonista inglese John Surman (Pitanga Pinonba), Enrico Rava (Diva), Jacob Bro (Lyskaster) e per ultimo, il bis con il trombettista polacco Thomas Stanko, con Alina.

Brani bellissimi, tra i quali mi sento di evidenziare “Father and sun” , presente nell’album “Rising grace”, inciso dal chitarrista Muthspiel nel 2016 con un quintetto stellare composta da Brad Mehldau, Lerry Grenadier, Brian Blade e Ambroise Akinmusire;  il brano ‘Pitanga Piromba’, che sembra uno scioglilingua, ma altro non è che l’unione di due frutti tropicali. Di certo il momento più lirico e suggestivo di tutta la serata è stata l’esecuzione di ‘Lyskaster’ (rilfettore), il brano di Jacob Bro, di una semplicità disarmante, ma di un lirismo fantastico.

Volendo fare un confronto di questi due mondi paralleli, almeno nel campo della composizione, l’Europa non ha nulla da invidiare al jazz d’oltre oceano. E quando poi abbiamo davanti musicisti di questo calibro, la musica diventa poesia.

Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.