Quando i sogni degli italiani erano costretti a ricoprire una distanza atlantica per infrangersi sulle rive dell’Argentina: al Teatro Abeliano di Bari è andato in scena il coinvolgente “Stefàno”, il classico di Armando Discepolo nella versione di Stefano Angelucci Marino

Il Teatro Abeliano di Bari ha messo in scena “Stefàno”, una produzione del Teatro del Sangro, in collaborazione con il Teatro Abeliano, su testo del celebre drammaturgo italo-argentino Armando Discepolo, un classico del teatro argentino con testo tradotto da Stefano Angelucci Marino che ne ha anche curato la regia.

Lo spettacolo è un testo grottesco (Criollo Grotesque), interpretato mirabilmente da Vito Signorile,Tina Tempesta, Rossella Gesini, Paolo Del Peschio e dallo stesso Stefano Angelucci Marino.

La pièce inizia a scena aperta, gli attori sono seduti tra banchi di legno, di quella che sembra essere un’aula di scuola o di una chiesa. Tutti hanno il volto coperto da una maschera, nascondono la reale identità quasi a voler universalizzare il ruolo. Parlano la “mescla”, una mescolanza di italiano, napoletano e spagnolo comprensibile e altamente suggestiva. Alle loro spalle, su uno scaffale, sono accatastati confusamente mucchi di spartiti.

Stefàno è un musicista diplomato al Conservatorio di Napoli, che convinto del suo talento di compositore, trascina tutta la sua famiglia in Argentina per inseguire il sogno di diventare ricco e famoso. Certo di un futuro migliore, porta con sé la moglie Margherita e i tre figli Radamès, Neca e Esteban. Sradica gli anziani genitori che lasciano con profonda amarezza la Patria natia. Stefàno, gonfio di se stesso, lavora incessantemente sulla scrittura di un’opera musicale che mai porterà a termine. Tra balli di tango, immagina un futuro prossimo pregno di fama e danaro, sente imminente che la risoluzione al suo magro destino sta nel successo che avrà la sua composizione e non contempla alternative possibili alle proprie. In questo utopico convincimento, coinvolge tutta la sua famiglia che resta aggrappata inerme a questa illusione. Mentre la fame aumenta e i conflitti familiari non mancano, egli attiva una infinita serie di pensieri e possibili soluzioni senza arrivare ad una conclusione, alimentando piuttosto ansia e preoccupazione generale.

I suoi anziani genitori, stanchi e delusi, pregni di nostalgia in una Terra che non ha voluto il loro cuore, trascinano i loro corpi e la loro vita. Alternano stati d’animo che vanno dalla disperazione mista a rabbia, alla profonda rassegnazione. Sopravvivono in un’atmosfera grigia e tetra, in cui il tempo scorre lento e monotono, come avvolto in una fitta nebbia che non lascia trapelare alcuna luce. Radamès è tra i figli il più “strano”, cautamente lo ammonisce e cerca di fargli prendere consapevolezza vista la condizione di indigenza in cui versano. Stefano appare angosciato, si sente artefice e responsabile dello sfacelo che lo circonda. La già terribile situazione si acuisce nel momento in cui egli confessa di aver perso il lavoro, unica fonte di sostentamento della famiglia.  Margherita lo attacca aspramente, lo schernisce e piange per l’irreparabile destino. Il suo discepolo Pastore, rammaricato per la sorte del suo maestro, diventa la voce della sua coscienza e riesce a confessargli che tutto è dovuto ai suoi limiti come autore.

Stefàno, interpretato da Stefano Angelucci Marino, è un infelice cronico, un uomo tormentato e ossessionato allo stesso tempo, la cui follia comune a molti artisti lo ha divorato. L’arte però, espressione massima della nostra interiorità, ha un compito salvifico nell’uomo. Per Stefàno la musica era soprattutto “il mezzo” che lo avrebbe condotto al successo forse più della sua stessa realizzazione personale. Arte e denaro però, sono un connubio che non sempre è stato dei geni passati alla storia. Il talento è di pochi, ed è proprio questo che ne carica il valore. Non è l’arte, se di arte si è trattato, a portarlo alla frustrazione, ma la sua ossessione. Egli colleziona sconfitte una dietro l’altra e in questo vortice nebuloso trascina tutti i suoi cari che in lui avevano creduto. Il fallimento è sia personale che collettivo. Nessuno può più scappare dalla rete in cui sono imbrigliati. I figli poi, sono la sua copia sbiadita e vagano come lui senza mai poggiare i piedi in terra. Risalta anche il ruolo passivo della donna che “segue-insegue” il proprio uomo, a lui si affida. Suggestivo è l’utilizzo in scena di maschere di cuoio antropomorfe forgiate sui volti degli attori. Queste danno vita a diversi personaggi che entrano spesso in conflitto tra loro, permettendo  la trasfigurazione. Particolarmente incisiva è la gestualità di Radamès che ricorda la maschera di Arlecchino.

Ambientato ad inizio del ‘900, lo spettacolo offre amabilmente un’immersione in un tempo passato.
Di particolare impatto emotivo l’interpretazione degli attori che raccontano gli italiani senza Patria, passando con destrezza dal comico al tragico. Stefano Angelucci Marino incarna con precisione il suo omonimo protagonista; Vito Signorile, colonna del nostro Teatro pugliese, impeccabile come Tina Tempesta, sono perfetti nel ruolo degli anziani genitori; strepitosi Rossella Gesini nelle vesti della moglie Margherita e i diversi ruoli di Paolo Del Peschio.

L’azione migratoria degli italiani in Argentina fu il risultato di un preciso progetto politico volto ad attirare immigrati dall’Europa. Attraverso una propaganda massiccia, l’Argentina adottò provvedimenti legislativi favorevoli all’arrivo degli emigranti. Offriva, ad esempio, le spese di viaggio e quelle necessarie per impiantarsi nel lotto assegnato nella pampa sterminata o destinava gratuitamente terreni a giovani coppie di agricoltori a patto che vi costruissero una casa oppure un lavoro.

In Italia, di contro, specialmente nelle zone rurali del meridione, le masse non riuscivano a trovare le condizioni minime di sopravvivenza, le tasse erano altissime e pesante era la pressione demografica. Nel primo decennio del ‘900 circa tre milioni di persone partirono dall’Italia verso l’Argentina e questo esodo, sebbene nutrito di forte speranza nel futuro, nella realtà per molti non fu certo indolore. L’emigrante sapeva che difficilmente sarebbe ritornato per vedere i genitori, i fratelli, gli amici o il suo amore.

Molti italiani erano “napolitanos”, da qui l’abbreviazione in “tanos” ad indicare tutti gli italiani. Molti argentini per questo hanno cognomi italiani ed essendo nati in una nazione ispanofona, hanno assorbito buona parte della loro cultura dagli spagnoli.

Oggi gli argentini di origine italiana rappresentano il 50% della popolazione e costituiscono insieme a quella spagnola, l’ossatura principale della società argentina. L’Argentina è la nazione con più italiani al mondo.

Edmondo De Amicis raccolse una voce di un emigrante “Di peggio, di come stavo, non mi può capitare. Tutt’al più mi toccherà far la fame laggiù come la pativo a casa”.

Come lo spettacolo dell’Abeliano ci ha ricordato, siamo ancora in viaggio, non calpestiamo alcun terreno stabile, come una nave che non riesce ad attraccare in alcun porto.

Cecilia Ranieri
Foto di Cecilia Ranieri

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